PARLIAMONE CON SERENA VINCI: LA CINA (È DONNA) NEL SETTECENTO.

di Emilia Pietropaolo

PARLIAMONE CON SERENA VINCI: LA CINA (È DONNA) NEL SETTECENTO. Sguardi di genere ed esotismo nella Cultura letteraria e teatrale italiana (Mimesis, 2026)

 

Serena Vinci è assegnista di ricerca, ha tenuto la discussione di dottorato presso l’università di Modena e Reggio Emilia sulla Madrepatria, madrelingua, madre: declinazioni del materno nella letteratura italiana della migrazione (Unimore, 2026). I suoi interessi di ricerca vertono sulla prosa letteraria in una prospettiva transculturale e di genere.

È autrice del saggio Ragazze selvagge. Funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza (2024). Il sangue che ti scorre accanto (Les Flâneurs Edizioni, 2023) Il saggio La Cina (è Donna) nel Settecento, sguardi di genere ed esotismo nella cultura letteraria e teatrale italiana, uscito per Mimesis (2026): a partire da Marco Polo, lo sguardo europeo sulla Cina ha costruito un immaginario dalle sfumature mitiche, che ha subìto variazioni nel corso dei secoli, contribuendo all’evoluzione della cultura europea stessa.

In questo percorso, l’elaborazione degli stereotipi ha coinvolto in modo particolare la rappresentazione della figura femminile. Infatti, la Cina ha rivestito un ruolo peculiare in quell’esotismo rintracciabile nel melodramma, nel teatro e nel romanzo del Settecento, secolo in cui i personaggi femminili emergono con una certa vivacità, e la fascinazione per le chinoiserie pervade tutta l’Europa.

Attraverso l’analisi delle protagoniste di opere più note, come la Turandot di Carlo Gozzi, e di quelle meno note, come Le cinesi di Metastasio e il romanzo La cinese in Europa di Pietro Chiari, viene esplorato l’ideale proposto, dal punto di vista dei costumi e delle istituzioni, rivelando figure magnetiche come dark lady e personaggi al limite del queer.[Vinci, Serena, 2026, https://www.mimesisedizioni.it/libro/9791222328188]

 

  1. Ciao Serena, ti sei appena addottorata con una tesi dal titolo Madrepatria, madrelingua, madre: declinazioni del materno nella letteratura italiana della migrazione presso l’università degli studi di Modena e Reggio Emilia, e, quasi in concomitanza, è uscito per Mimesis questo interessante volume dal titolo tanto provocatorio quanto attuale: La Cina è donna. Sguardi di genere ed esotismo nella cultura letteraria e teatrale italiana. Come è nata l’idea di questo libro? E perché hai scelto di concentrarti proprio sul Rinascimento e sull’Illuminismo come cornici temporali della tua indagine?

Come rilevi correttamente tu, tra le due ricerche c’è un filo rosso sostanziale. Ho iniziato a occuparmi di letteratura in lingua italiana L2, cioè a opera di autrici e autori migrati in Italia da ogni parte del mondo e che hanno adottalo l’italiano come seconda lingua per raccontare le loro esperienze di vita, creando una letteratura transculturale a tutti gli effetti. In questo contesto ho individuato una particolare attenzione alla rappresentazione delle figure materne in associazione con l’idea della cultura d’origine e, scendendo ancora più in profondità, mi sono resa conto che le autrici avevano uno sguardo tematico peculiare che mi interessava molto. Da lì mi sono incuriosita e ho cominciato a indagare le aree complementari di ricerca e di verificare cosa fosse successo nei secoli passati. Così mi sono ritrovata tra le mani questo tesoro semisconosciuto della rappresentazione femminile della Cina nella letteratura italiana settecentesca.

  1. La Cina è donna è un titolo fortemente evocativo e, per certi versi, anche femminista. Già l’espressione “è donna” porta a interrogarsi su cosa significhi essere donna e su come questa identità venga costruita e rappresentata. Nel libro mostri come, da Turandot a Chiari, le personagge siano spesso ricondotte a ruoli funzionali al loro genere. Eppure sembra emergere, soprattutto a partire dalla figura di Turandot, un cambiamento di paradigma: una protagonista che rifiuta il matrimonio imposto e tenta di autodeterminarsi. Possiamo considerarla una sorta di figura femminista ante litteram?

Siamo portati tutti a pensare che le rivendicazioni dei diritti di genere siano un affare prettamente contemporaneo, ma non è così. Nel Seicento barocco la fluidità di genere, quel che oggi chiamiamo queer, era un elemento tipico della cultura letteraria e soprattutto teatrale grazie ai frequenti travestimenti e mescolanze di maschile e femminile. Nel Settecento illuminista poi, il ruolo della donna diventa il focus principale per la maggior parte delle riflessioni attorno all’educazione in un’accezione veramente rivoluzionaria, è il caso di dirlo. Per quanto riguarda la Turandot di Carlo Gozzi sicuramente la risposta è sì, si tratta di una bellissima figura femminista nel senso che il personaggio era cosciente del suo ruolo di donna, dei rischi che correva in quanto tale, e opera ogni scelta in suo potere per difendersi e affermarsi. E ci riesce, anche e soprattutto suscitando antipatie a destra e a manca. Le altre versioni scaturite dalla Turandot gozziana non sono altrettanto corrispondenti a questa idea di femminismo, perché cedono all’esotismo e alla romantizzazione del fascino orientale.

  1. Uno degli aspetti più interessanti del libro è che, pur avendo la Cina come sfondo geografico e culturale, il vero centro dell’analisi sono le donne. È una linea che ritroviamo anche nei tuoi lavori precedenti, come Le ragazze selvagge. Funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza (Divergenze, 2024). In questo caso, però, le protagoniste sono spesso intrappolate nei ruoli di figlie, mogli o madri. Eppure alcune di loro elaborano strategie di resistenza. Penso, ad esempio, agli enigmi di Turandot, che sembrano un espediente per sottrarsi a un destino già scritto. In una certa misura ricordano quei dispositivi narrativi attraverso cui, nella tradizione letteraria, si cerca di controllare l’accesso al matrimonio, come accade con la gara dell’arco legata a Penelope. Possiamo leggere questi “marchingegni” come forme di autodifesa e di autodeterminazione? In questo senso, le tue protagoniste sembrano avvicinarsi alle fanciulle selvagge del tuo precedente libro, donne che trovano da sole la strada per salvarsi.

 

Sì, la trama tra le mie ricerche è fitta e dialogante. Il parallelismo con Penelope è calzante. Penelope non è per niente una succube del marito che non cede ai tentativi di assalto dei Proci per essere fedele al marito: invece, si sottrae per mantenere la sua integrità di individuo, in autonomia e con l’esercizio dei poteri che ha a disposizione. Si tratta di ciò che oggi chiamiamo fase di empowerment. Anche la Turandot gozziana agisce così e anche le giovanissime protagoniste dei nove romanzi italiani contemporanei che ho analizzato nel saggio che citi. Le mie Ragazze selvagge rappresentano, con le madri della tesi di dottorato e le donne adulte cinesi del Settecento, il terzo polo di quella che è una sorta di taciuta trinità femminile, forse poco più nota come Triplice Dea nel campo della mitologia archetipica.

  1. Nell’introduzione scrivi: «Con il termine “genere” in italiano s’intende sia il gender (genere sessuale) sia il genre (genere letterario). A partire dal mio gender in quanto critica e lettrice…». Nel corso del volume compi una vera e propria ricerca comparativa tra rappresentazioni del femminile e rappresentazioni delle donne cinesi, mostrando come molti di questi testi fossero destinati a un pubblico femminile. Emerge con forza che le donne vengono definite soprattutto in relazione ai loro ruoli: mogli, sorelle, matrigne, madri, più che come soggetti autonomi. Inoltre affronti una questione centrale per i Gender Studies, quella del travestimento e delle identità di genere in una prospettiva queer. Mi riferisco in particolare alla vicenda di Quinsai nel testo di Chiari. Si tratta di un caso isolato nel corpus che hai studiato o hai rintracciato altre opere che affrontano temi simili?

Possiamo fare una distinzione tra pubblico del melodramma e delle rappresentazioni teatrali e lettori del romanzo di Chiari. Nel Settecento le diverse forme teatrali erano destinate a una fruizione su larga scala in occasione delle celebrazioni di rito, come matrimoni degli aristocratici e festeggiamenti per vittorie di guerra. C’erano poi molte microrappresentazioni che andavano in scena per un pubblico selezionato e limitato, quello delle sovrane che andavano a rispecchiarsi nei personaggi femminili, che quindi dovevano certamente essere donne di potere o che avevano accesso al potere. Da qui sicuramente deriva la particolare tipologia di donne orientali, i cui costumi erano di moda proprio nell’alta società, potenti, colte e intraprendenti. Il caso di Quinsai, protagonista dell’unico romanzo italiano a tema cinese finora rinvenuto in questa forma e completezza, è appunto una rarità. I travestimenti delle donne in panni maschili sono frequentissimi all’epoca, ma che una bambina sia allevata come un maschio e che viva davvero entrambe le esperienze di genere fino in fondo, è un caso rivoluzionario.

  1. Restando sul tema del travestimento, colpisce il fatto che il passaggio da donna a uomo sia presentato come una strategia per sfuggire a vincoli e limitazioni imposti dal genere. È una questione che sembra avere ancora una forte attualità. Anche oggi molte donne modificano comportamenti, abitudini o perfino il modo di vestirsi per sentirsi più sicure nello spazio pubblico, soprattutto di notte. Il caso di Quinsai appare particolarmente significativo: nata donna, trascorre dieci anni della propria vita venendo percepita come uomo. Quanto questa vicenda ci parla del rapporto tra corpo, percezione sociale e costruzione dell’identità di genere?

I romanzi del Settecento, quelli di Pietro Chiari e non solo, ci mostrano un panorama femminile che cerca di rompere i confini tra i generi, nel tentativo di appropriarsi di possibilità che all’epoca erano riservate agli uomini e precluse alle donne. Così è stato per molte cose fino a pochi decenni fa. Ricordiamo che le donne in Italia hanno il diritto di voto solo dal 1946 in poi! Detto questo, oggi ci troviamo in un momento storico in cui, per fortuna, le donne in Italia, e in una parte del mondo mai così vasta prima d’ora, sono nelle condizioni di fare praticamente tutto ciò che fa un uomo. Mi sembra un’assurdità che non sia sempre stato così e non lo sia ancora ovunque. Purtroppo però non siamo ancora al punto in cui abbiamo superato le gabbie del dire “mi vesto da uomo/ mi vesto da donna”. Continuiamo a stare lì in quella dicotomia e ad alimentarla.

  1. Questo tema richiama inevitabilmente anche altre narrazioni che conosci bene, penso ad esempio a Vergine giurata di Elvira Dones. Nel testo di Chiari emerge inoltre un elemento sorprendente: la Cina viene descritta come uno spazio in cui le donne possono muoversi di notte con maggiore sicurezza rispetto all’Europa. È un aspetto che apre interessanti riflessioni sul confronto culturale tra Oriente e Occidente. Allo stesso tempo emerge un’altra questione cruciale: quella della filiazione e della preferenza accordata agli eredi maschi. Personaggi come Dima mostrano come le figlie possano essere considerate sacrificabili rispetto ai figli. Viene spontaneo pensare, pur in contesti storici differenti, alle riflessioni sviluppate da Jung Chang in Cigni selvatici. Tre figlie della Cina. Eppure nel tuo libro queste donne non appaiono mai completamente passive: penso a Madama Zelida che tenta di salvare Quinsai favorendone la trasformazione sociale in uomo. Possiamo dire che una delle peculiarità del tuo studio sia proprio quella di mettere in luce le forme di agency femminile anche all’interno di sistemi fortemente patriarcali?

La protagonista di Vergine Giurata assume i panni maschili per evitare di sposarsi. Questo accade nell’area rurale dell’Albania raccontata da Elvira Dones nel 2009. Madama Zelida, la consigliera francese della madre di Quinsai, suggerisce di vestire la bambina con panni maschili e come maschio allevarla, per farne l’erede al trono imperiale nel romanzo di Chiari del 1779. Nel corso di tre secoli pare quindi che nulla sia cambiato. Però voglio ricordare il caso mitologico di Achille a Sciro, quando su idea della madre Teti, Achille si rifugia a Sciro in abiti femminili per evitare di andare in guerra e incontro al suo destino di morte. Forse, quindi, possiamo dire anche che le differenze tra i generi consentono di transitare dall’uno all’altro per trovare sé stessi e un modello di vita più consono a sé stessi. Sicuramente c’entra la struttura patriarcale, ma mi chiedo da quale punto in poi non diventi una scusa per il non saper stare al mondo. È una provocazione questa, ma ben calibrata.

  1. Nei tuoi lavori precedenti, così come nella tua tesi di dottorato, ritorna con insistenza la figura delle personagge e, in particolare, il tema della maternità. Sono questioni che attraversano gran parte della tua ricerca. Ti chiedo allora: in che modo questi temi dialogano con la tua esperienza personale e con il tuo modo di guardare alla letteratura? Quanto la studiosa e la persona si incontrano nel tuo percorso di ricerca? Inoltre, dopo aver portato in Italia una ricerca molto importante quella migrazione e della figura del materno nella tua tesi di dottorato, hai in mente altre cose da fare in questo momento o per il futuro ?

 

La mia esperienza personale di donna migrante dal Sud al Nord Italia, ha impattato fortemente sulla mia ricerca. Penso sia inevitabile una stretta relazione tra vita privata e temi di ricerca, soprattutto nel caso della ricerca in campo umanistico, perché riuscire a dire qualcosa di vero e originale non è possibile, se non lo vivi attraverso la tua pelle. In realtà, anche nel campo delle scienze dure è così: conosco molti medici che hanno scelto specializzazioni e ricerche che dialogano con la loro natura ed esperienza in quanto esseri umani e non mere macchine ricercanti dati. Nel caso delle mie tematiche preferite che hai citato, penso che soprattutto per quanto riguarda le questioni di genere e la maternità, io non abbia ancora trovato le risposte che mi soddisfano. Quindi continuerò a indagare, magari da adesso in poi accogliendo anche la possibilità di uno sguardo maschile da percepire come non minaccioso. Soprattutto perché non voglio fermarmi a quella fase della militanza, fondamentale ma dalla quale bisogna evolversi, in cui si è solo arrabbiate e si demonizza e decostruisce tutto. Un pensiero maturo è possibile solo quando hai veramente trasformato te stessa, non sei più prigioniera di gabbie interpretative e dicotomiche, hai tutti  poteri che ti servono

«Le parole nutrono». Scrittura e vita nell’opera di Goliarda Sapienza, a cura di Manuela Spinelli, Franco Cesati, 2025

I caffè di Goliarda Sapienza

di Serena Vinci

Se è vero che «le parole nutrono e come il cibo vanno scelte bene prima di ingoiarle» (lo scrive Sapienza in L’arte della gioia), anche il caffè può essere considerato nutrimento. In questi giorni è nelle sale cinematografiche Fuori, il film per la regia di Mario Martone che sceglie di rappresentare l’autrice nel suo rapporto con l’esperienza nel carcere di Rebibbia e le amicizie nate in seno a quella vicenda. Nel film c’è un fil rouge discreto ma significativo: il caffè.

Un fotogramma tratto dal film “Fuori” di Mario Martone

Di tre tipi sono i caffè di Goliarda e tutti e tre nutrono: quello che si prepara da sola a casa e sorbisce seduta in cucina, quello che le prepara il marito e che bevono insieme a letto, quello preparato al bar che accompagna gli incontri con Roberta, ex compagna di cella, seguito poi rigorosamente da whisky «con molto ghiaccio».

 

Ognuno di questi caffè ha un senso e un sapore diverso, come le diverse declinazioni della poetica della scrittrice: introspettivo, di relazione, politico. Mi sembra che di questi tre aspetti parlino principalmente i saggi che costituiscono il recente volume di ricerca accademica dedicato alla scrittrice: Le parole nutrono, per la curatela di Manuela Spinelli, maîtresse de conférences presso l’Université Rennes 2.

Spinelli è specialista in studi di genere, letteratura e civiltà italiana contemporanea. È co-fondatrice di Parents & Feminists, un’associazione dedicata alla genitorialità paritaria. I suoi interessi di ricerca vertono sulle dinamiche di costruzione della mascolinità e della femminilità, sulla letteratura femminile e sulla maternità.

Nel 2024 ha curato, insieme a Ramona Onnis dell’Université Paris Nanterre, un volume di notevole interesse su queste ultime due tematiche: Raccontare i corpi delle donne  (Franco Cesati). Parlare di chi studia un’autrice come Goliarda Sapienza significa parlare un po’ anche della scrittrice stessa. Infatti, Sapienza è stata sempre fortemente coinvolta nelle battaglie di pensiero. Un pensiero, il suo, anarchico e scomodo molto spesso, ma che ha fornito le fondamenta per le nuove riflessioni relative alle tematiche della marginalità, non solo in relazione al genere.

Un ritratto di Goliarda Sapienza

Goliarda viene apprezzata prima in Francia che in Italia, forse per questo è dall’iniziativa di una studiosa italiana che vive e lavora in Francia che scaturisce il bel volume, a seguito del convegno internazionale organizzato per il centenario della scrittrice, «Le parole nutrono. Per i cent’anni di Goliarda Sapienza», tenutosi lo scorso anno, il 21 marzo a l’Università di Rennes 2 e il 22 marzo all’Università Paris Nanterre. La curatrice, che come si diceva è assai sensibile alle tematiche femminili in rapporto alla letteratura italiana, non è peraltro l’unica studiosa di formazione francese a prendere parte al convegno e al volume.

Per esempio, Valeria Restuccia viene da Nanterre, altra roccaforte degli studi italianistici volti alla valorizzazione delle scrittrici. Siciliana d’origini, non è un caso che Restuccia abbia voluto soffermarsi su La potenza evocativa della Sicilia nellopera di Goliarda Sapienza: luoghi, immagini, tradizioni, con cui sceglie di intitolare le sue riflessioni.

L’analisi dell’influenza delle origini suggestiona anche Serena Todesco, che ne parla in Spazi, luoghi e tempi nella sicilianità interiore di Goliarda Sapienza. Questi saggi ci parlano della prima tipologia di caffè, quello introspettivo, conferendo la giusta importanza al luogo della nascita. Recenti riflessioni filosofiche stanno mostrando quanto e come il focalizzarsi sulla nascita, invece che sulla morte, possa modificare la prospettiva d’analisi letteraria. È il motivo per cui alcuni convegni iniziano a celebrare l’anniversario rispetto alle date di nascita piuttosto che, come è prassi, di morte di un autore/autrice. Ciò viene messo a fuoco da Monica Farnetti nel suo contributo, Trame di nascita ne «L’arte della gioia».

 

Un tema centrale per Sapienza è sempre stato quello relazionale, strettamente legato all’amore e al desiderio sessuale. Gloria Scarfone, in Femminismo, familismo, utopia: «L’arte della gioia» oggi, descrive con precisione il modo in cui Sapienza si pone nelle questioni relazionali:

Chiunque abbia letto Larte della gioia non faticherà a riconoscere in queste parole non solo la forza del progetto utopico di Modesta, ma il vocabolario stesso di cui si serve per denunciare la morale sessuale reazionaria: odio, coercizione, vigliaccheria, impotenza sono termini che tornano continuamente nel libro. Instaurare una “nuova vita” a partire dalla coscienza delle contraddizioni (altra parola cardine di Sapienza) inerenti all’antica, non per distruggere la famiglia, ma l’odio che essa crea: è così che Modesta cercherà, dopo aver distrutto la sua per mezzo di ben tre matricidi simbolici, di costruire una famiglia che non sia una fabbrica di mentalità autoritarie. (p. 106)

Relazione con l’altro/a significa però anche pericolo, insidia, rischio di incolumità fisica e mentale. Sapienza è stata tra le prime ad aver avuto il coraggio di affrontare tematiche scomode e scabrose per il senso comune, come il desiderio sessuale infantile, e anche delitti gravissimi come la violenza con aggravante di incestuosità. O, potremmo dire, viceversa: l’incesto con l’aggravante della violenza.

Il pregio è stato farlo senza moraleggiare, senza raccontare giudicando con toni apodittici. Oltre alla violenza, la scrittrice affronta altri traumi profondi come il lutto delle persone care e il tentativo di suicidio. Però, come nota Alberica Bazzoni, in La lingua del trauma nella scrittura di Goliarda Sapienza: temporalità, immagini, forme:

soffermarsi sulla dimensione traumatica nella sua opera, non significa ridurre l’elemento vitalistico, gioioso, affermativo e profondamente generativo che anima tutta la sua scrittura e che ne costituisce la cifra distintiva; al contrario, l’iterazione traumatica contribuisce a dare profondità e spessore proprio alla spinta vitale, inseparabile dal bisogno di elaborare la violenza e il lutto con gli strumenti della parola performativa. Riattraversando letterariamente il suicidio, Sapienza oltrepassa la morte e trova l’ironia, che è l’elemento terzo fra negazione melancolica e vitalismo espansivo. (p. 83)

 

Infine, il terzo caffè, quello politico. Sapienza non ha mai aderito a ideologie preconfezionate, preferendo sempre ironia e vitalismo alla contrapposizione tra schieramenti. La scrittrice, figlia della nota sindacalista Maria Giudice, prima donna dirigente della Camera del Lavoro di Torino, riceve una formazione anarchica che connoterà il suo atteggiamento nei confronti della vita e della società sottraendola a qualsiasi tipo di cliché o allineamento.

Che di politica trasudasse, è chiaro dal contributo di Mara Capraro, Una scrittrice diversa”, una criminale comune”: lesperienza carceraria e la costruzione della postura autoriale e mediatica. Del resto, anche il film di Martone fornisce una chiara lettura della sua posizione in merito alla contrapposizione fuori/dentro che costituisce l’opposizione tra chi è/è stato in carcere e chi no.

Sapienza, in una intervista pungente e scomoda con Biagi specifica che pur non avendo mai pensato che “il carcere è bello”, ha potuto constatare quanto fuori e dentro siano uguali: se non si è liberi non lo si è mai, in nessuna delle due condizioni. E viceversa: se lo si è, lo si è ovunque e in qualsiasi condizione.

Sapienza è letta poco in Italia, o comunque meno di quello che tutte le autrici dei saggi in volume e la curatrice  (‘le amiche di Goliarda’ potremmo dire,  riprendendo il titolo del saggio di Barbara Kornacka, Amiche di Goliarda. Sorellanza in Appuntamento a Positano e Le certezze del dubbio) auspicherebbero. Le motivazioni di questa scarsa attenzione potrebbero riguardare il suo essere “scandalosa” nella libertà con cui ha vissuto le sue emozioni, le sue relazioni e i suoi momenti difficili.

Ma, per essere indulgenti con il pubblico italiano, possiamo pensare che tale disattenzione nei suoi confronti sia legata al fatto che la sua produzione letteraria non sia stata comunicata efficacemente ai lettori e alle lettrici. Se così fosse, bene: Le parole nutrono, di scorrevole, intrigante e godibile lettura anche per i non addetti ai lavori, potrebbe essere un’equilibrata guida alla lettura e alla comprensione di questa autrice di rara complessità.