
di Michele Burgio
Spunto per queste riflessioni è stato l’invito di Maristella Panepinto, animatrice del Book Club alla londinese di Palermo, a partecipare il 27 marzo 2025 a un incontro avente per oggetto “Il casellante” (Sellerio, 2008) di Andrea Camilleri. Ho avuto così modo di sistematizzare in maniera pur sommaria quanto aveva in me generato la lettura, un paio di anni fa, de “L’isola nuova. Trent’anni di scritture di Sicilia” (Sellerio, 2022), a cura di Gaetano Savatteri.
- Alle origini del camillerese
A proposito della letteratura siciliana post-unitaria, Savatteri afferma che “la questione della lingua è sempre stata cruciale per la definizione di sé”. Camilleri non fa eccezione e, sul numero monografico che MicroMega gli ha dedicato nel 2018, ci racconta l’occasione che lo ha portato a scrivere in un modo piuttosto che in un altro:
“Nel 1967 mio padre si ammalò. Lo portammo al Gemelli, dove lo tennero ricoverato per un po’ di tempo senza dirci nulla. […] Capii che non sarebbe più uscito e allora decisi di non lasciarlo neanche un momento. […] Furono notti importantissime e anche utilissime. A un certo punto mi disse: «Raccontami qualche cosa». Da tempo pensavo a un episodio vero, autentico, accaduto tanti anni prima nella mia campagna. Allora gli dissi: «Papà, mi è venuta voglia di scrivere un romanzo». «E cuntamillu». Glielo raccontai in tre nottate. Dopo di che lui mi disse: «Mi fai una promessa?». «Sì papà». «Questo romanzo lo devi scrivere e lo devi scrivere come lo hai raccontato a me, mezzo siciliano, mezzo italiano». «Va bene». […] Poco dopo, in mezzo al bordello del Sessantotto, mantenni la promessa e scrissi il mio primo romanzo, “Il corso delle cose”, che era tale e quale a quello che avevo raccontato a lui.”

Leggiamo allora l’incipit de “Il corso delle cose” (prima ed.: Andrea Lalli Editore, 1978):
– Che tramonto bello! – fece il maresciallo Corbo scostando per un attimo il fazzoletto che teneva premuto sul naso. (…)
Effettivamente il tramonto era da godersi. Lontano, a ponente, verso il mare distante qualche chilometro, la sagoma frastagliata di Capo Rossello spiccava controluce, scura, sullo specchio calmo, arrossato, mentre da levante cariche nuvole d’acqua arrancavano verso il paese appena visibile ai piedi della collina sulla quale loro si trovavano.
Ci si accorge subito che il codice adoperato è ben distante dal camillerese, la lingua dei romanzi di età matura. Prendiamo l’esempio de “Il casellante” (Sellerio, 2008), pubblicato trent’anni dopo:
Il treno a scartamento ridotto che si partiva dalla stazioni nica nica di Vigàta-Cannelle diretto a Castellovitrano, ultimo paìsi sirvuto dalla linea, ci mittiva chiossà di ‘na mezza jornata per arrivari a distinazioni, dato che le firmate previste erano quasi ‘na vintina, a non considerari quelle impreviste dovute a traversamenti di mannare di crape e pecori opuro a qualiche vacca che pinsava bono d’addrummiscirisi ‘n mezzo alle rotaie.
Nel 2008 la lingua di Camilleri è perfettamente riconoscibile da molti anni. Già, ma di preciso cos’è il camillerese[1]? Riducendo a estrema sintesi i lunghi e talvolta accaniti studi dei linguisti siciliani, potremmo definirlo come “l’inserto massiccio di dialettismi in sintassi italiana”.
Il percorso metalinguistico che lo ha generato non può certo ridursi alla notte trascorsa con il padre in ospedale nel 1967, ma è intimamente legato al prima e al dopo: il prima, riguarda il rapporto che lega Camilleri alla Sicilia e alle sue varietà parlate e scritte; il dopo, alla favorevole accoglienza dei lettori nei confronti di questo suo sperimentalismo, che lo ha portato a un cimento sempre più ardito.
Camilleri ha lasciato l’isola assai giovane, attorno ai vent’anni, ma il legame viscerale con il suo paese di origine non è mai venuto meno. Lo scrittore ha passato un tempo continuo tra Porto Empedocle e la sua Vigata letteraria, se è vero che lì ha ambientato la quasi totalità dei suoi romanzi e che non erano infrequenti i suoi ritorni in paese.
Da un punto di vista anagrafico, egli appartiene a una generazione fortemente dialettofona, cioè nata e cresciuta in contesti in cui il siciliano rappresentava il codice di comunicazione quasi esclusivo, essendo l’italiano relegato al contesto scolastico e alle letture. La sua competenza, dunque, attiva e passiva della varietà agrigentina, ne fa di diritto un bilingue (meglio, un diglottico) che, con il tempo, scinde sempre più i contesti d’uso, soprattutto per ragioni biografiche e professionali (il trasferimento a Roma, il suo lavoro di sceneggiatore e insegnante di regia).
La scelta di “laminare” la propria narrazione con elementi dialettali è in linea con gli scrittori della sua generazione. Va infatti notato che, nonostante il suo tardo successo lo collochi nella letteratura degli albori del XXI secolo, Camilleri è coetaneo dei grandi autori siciliani nati nel primo dopoguerra: D’Arrigo, Bufalino, Sciascia, Russello, Bonaviri, addirittura più anziano di Consolo di quasi dieci anni.

È dunque inserito in quella fucina intellettuale che si interroga, nel corso del secondo dopoguerra, sugli usi e sulle potenzialità dei codici sino ad allora secondari nella scena letteraria italiana. Camilleri appartiene alla folta schiera di coloro che non aspirano a modelli di purezza, ma che si sporcano assai le mani con la creta del dialetto. Nella ricerca della sua lingua segue tuttavia una strada propria, svincolata da quella di ogni altro: forse accostabile a un ideale continuum con il pastiche gaddiano, è di certo assai distante dalla sperimentazione linguistica radicale che ha generato “Horcynus Orca” o dalla prosa letteraria con elementi di dialettalità diacronica in “Retablo”.
Sia come sia, appare chiaro che Camilleri fosse sempre più consapevole dell’unicità del proprio linguaggio letterario man mano che lo andava costruendo, tanto da rilasciare un’intervista nel 2016 in cui indica nella sua assistente di allora, Valentina Alferj, l’unica in grado di scriverlo sotto dettatura:
Da due anni a questa parte, ho imparato a dettare. […] Fortunatamente ho la mia collaboratrice, Valentina, da quattordici anni, che ha imparato il mio linguaggio. Se non avessi lei, io non potrei più scrivere, perché lei è l’unica in grado, sotto dettatura, di scrivere il mio vigatese, il mio linguaggio. Addirittura, è in grado anche di correggermi certe volte. […]
- Una lingua in ostaggio
L’uso consapevole del dialetto è determinato da dinamiche idiolettali e sociolinguistiche, oltre che da considerazioni ideologiche. Chi è nato nel secondo dopoguerra, si ritrova sempre più spesso nella condizione di apprendente italofono. Già Savatteri, che inizia a frequentare l’isola cinquant’anni dopo la nascita di Camilleri, sente di far parte della nuova leva di coloro che apprendono il dialetto osservandone assonanze e divergenze con l’italiano corrente, ritrovando in esso fragranze antiche, quindi nuove, che restituiscono alla parola valore e peso attivando reminiscenze remote, risonanze auliche, accostamenti inconsueti rispetto alla standardizzazione di un lessico insufficiente.
Questo è generalmente vero anche se, come ribadisce a sua volta Luigi Lo Cascio nell’introduzione della sua versione dell’Otello in dialetto siciliano, bisogna distinguere tra i siciliani dei capoluoghi e quelli dei centri periferici, oltre che valutare le dinamiche diastratiche dei contesti di appartenenza.
Da più di vent’anni, inoltre, per un autore siciliano accostarsi al dialetto è complicato anche per ragioni che hanno a che fare direttamente con il modello camilleriano. L’onda lunga del suo successo da più di trenta milioni di copie ha ingolosito gli editori e condizionato alcuni scrittori che hanno guardato al giallo siciliano come genere di interesse e allo stile di Camilleri come una possibile nuova tendenza.
In un’intervista rilasciata allo scrittore Giacomo Cacciatore per Repubblica, Serge Quadruppani, giallista e traduttore francese di Camilleri, lamentava già nel 2000 una sovrabbondanza di epigoni dello scrittore empedoclino:
«Sfortunatamente, nella mia attività di lettore per le edizioni francesi, vedo proliferare un certo numero di sottoCamilleri, specialmente dalle parti di Napoli… Ma non faccio nomi!»
Gli imitatori di Camilleri non sono mancati e in misura minore non mancano tutt’ora, ma ogni tentativo è frustrato tanto dall’evidente riconoscibilità di uno stile unico che rischia con evidenza di apparire scimmiottato, quanto dalla sproporzione di equilibrio tra il successo enorme dello scrittore empedoclino e quello di chiunque abbia provato a scalzarlo dalla cima dei gradimenti.
Quando Savatteri scrive che Camilleri ha avuto “un ruolo nell’abbattere ogni residuo di pregiudizio verso il dialetto con la sua opera” afferma senz’altro una cosa di buon senso, ma a ben guardare forse l’empedoclino ha semplicemente aggirato quel pregiudizio, imponendo una lingua artefatta e “simpatica” (nel senso etimologico del termine).
Perciò è difficile essere d’accordo con Savatteri quando aggiunge che
grazie a Camilleri, l’uso – ed eventualmente l’abuso – del siciliano è stato liberalizzato, finendo per dare dignità all’ibridazione di lingua e dialetto eliminando le connotazioni caricaturali che certo cinema e televisione gli avevano appiccicato.
Il camillerese è tutt’altro che una lingua scevra da connotazioni caricaturali, perché le sue forzature sono autoevidenti, a prescindere dagli esiti grotteschi di un Catarella.
Savatteri scrive anche che:
Camilleri ha fornito passaporto a una parlata che è potuta divenire popolare, comprensibile e modulabile in molte diverse sfumature di gradazione e di profondità.
Ammesso che nelle sue intenzioni vi fosse davvero la volontà di incoraggiare gli altri alla dialettalità, gli esiti della narrativa (gialli, ambientazioni popolari, farse diffuse) che ne hanno seguito l’ispirazione linguistica, appaiono più come gli abusi paventati che non come modulazioni in profondità. Si è assistito e si continua ad assistere a un uso del dialetto scriteriato, sconclusionato, una sorta di condimento (la maionese sul pesce, lo zenzero panacea) che serve a coprire un saporaccio dato da una scrittura scialba.
Per paradosso anche chi, dotato di buoni strumenti stilistici oltre che meta e sociolinguistici, tenta di operare in maniera consapevole si trova la strada sbarrata dall’“elefante Camilleri”, ormai visto come un modello di riferimento insuperato e insuperabile non perché abbia portato il siciliano a un livello di letterarietà sopraffino ma perché, in maniera consapevole o meno, ha “sequestrato” il dialetto e ha creato una lingua tutta sua, il camillerese, che il lettore non isolano ha finito per identificare con il siciliano tout court.
Laddove oggi ci si avventuri a fare uso del siciliano nella propria narrativa, il rischio percepito è di essere tacciati di camillerismo a prescindere, in un torto spesso doppio tanto all’autore che magari non ha alcun debito nei confronti del vigatese, quanto a Camilleri stesso, tirato in ballo a sproposito.
- Alla tirata delle somme, una conclusione militante
Fare della propria scrittura solo o principalmente un laboratorio di sperimentazione linguistica – sacrificare ogni significato alla forma del significante – rischia di condurre la narrazione verso orizzonti più estetici che etici. Vale perciò la pena tentare altre strade al livello espressivo, così da attendere anche che il processo percettivo di biunivocità tra siciliano e camillerese si affievolisca.
Del resto molte cose sono cambiate in questi ultimi anni e, tenuto conto dei noti corsi e ricorsi storici, è facile – scontato, ovvio, ma funziona – guardare indietro a Leonardo Sciascia[2]. La sua lingua coltissima ma viva, mai artefatta, offre un modello purissimo e ricercato, dai rari e circoscritti dialettismi. Negli anni in cui si impose alla ribalta, il racalmutese avvertì la necessità di essere uno scrittore nazionale, di scandire parole chiare, inequivocabili. Il contesto storico-politico segna la distanza con un Camilleri che invece conosce il successo in un’epoca in cui il dibattito culturale si è molto sfilacciato.
Scrive bene Savatteri quando registra l’emersione del “fenomeno Camilleri” proprio mentre la Sicilia vien fuori dalla stagione delle stragi, sull’onda della primavera siciliana. Il personaggio di Salvo Montalbano nasce nel 1994 e segna un nuovo modo di far giallo siciliano, ammettendo quel lieto fine sin lì preclusogli dal paradigma sciasciano di una terra irredimibile nelle sue aspirazioni frustrate di giustizia.
Erano anni in cui si assisteva al quasi sostanziale azzeramento dei morti di mafia, mentre le città diventavano sempre più turistiche e sicure. La Sicilia di Montalbano ben si accorda a quel misto di speranza e illusione: trasuda senso dello Stato, legalità, è colorata a pastello dalle ambientazioni felici della marina di Vigata e vergata nel divertente camillerese.
L’ultimissima generazione di scrittori siciliani si trova di fronte a una realtà ben diversa: la polvere della storia nascosta sotto i tappeti, alcune verità sottratte per sempre alla conoscenza, il dibattito in disarmo, la lotta alla criminalità in affanno, l’organizzazione mafiosa viva e vegeta, ma sempre più invisibile, sotterranea.
La necessità del recupero di una presa di posizione civile che generi senso critico, scardinando un contesto di “disimpegno militante”, imporrebbe il recupero di una fiction romanzesca che, pur intrattenendo e senza trincerarsi in chiuse e lugubri torri d’avorio, riuscisse a costruire un orizzonte immaginativo non scontato. Sarebbe il tempo di tornare a un giallo in grado di spazzare i facili trionfalismi, le consolatorie dipinture in tutto bianco versus tutto nero. Raccontare, insomma, la realtà per come la si vede, pure in mezzo alla tempesta.
Perciò, bisogna dotarsi di affilati strumenti di lavoro: mezzi espressivi franchi, onesti, diretti.
In attesa che spiova.
[1] Se stessimo a compulsare i principali dizionari dell’uso, concluderemmo con il paradosso che il camillerese non esiste. Treccani, ad esempio, accoglie i lemmi camilleriano “proprio di Camilleri” e camillerismo “maniera, moda letteraria inaugurata da Camilleri”, ma non camillerese.
[2] Antitetico ad Andrea Camilleri per molti aspetti, lo era anche per ciò che riguarda l’accoglimento dell’elemento dialettale nella propria opera. In Sciascia, il siciliano fa capolino come estrema risorsa o elemento evocativo. Già nelle prime opere a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta vi affiorano, di tanto in tanto, parole che anche il “vicino di casa” Camilleri adopererà a mano larga: gana ‘voglia’, aggroppare ‘stare stretto’, impiombare ‘sparare’, ecc.
Non è il caso di sondare quali fossero i rapporti personali, di amicizia o di stima tra i due, certo non può negarsi che Sciascia fu colui che contribuì alla carriera di scrittore di Camilleri, portando un gradevolissimo libello in Sellerio nel 1984, “La strage dimenticata” – e lì Camilleri scrive ancora come ne “Il corso delle cose”, è ancora distante dal camillerese spinto.