
di Lucrezia Lombardo
In ogni epoca, il rapporto che l’uomo intrattiene col mondo è condizionato da quella che possiamo definire vita activa. La vita activa è un concetto che comprende in sé tre tipologie di attività, imprescindibilmente legate alla “condizione umana”: il lavoro, l’operare e l’agire. La prima di queste attività, il lavoro, si lega allo sviluppo biologico del corpo. L’uomo lavora per la necessità biologica dell’ auto-sostentamento e, in questo modo, incide direttamente sulla natura, che viene trasformata diventando “mondo”.Scrive infatti Arendt che
«l’attività lavorativa corrisponde allo sviluppo biologico del corpo umano, il cui accrescimento spontaneo, metabolismo e decadimento finale sono legati alle necessità prodotte e alimentate nel processo vitale della stessa attività lavorativa. La condizione umana di quest’ultima è la vita stessa» [1].
Il lavoro, quindi, ricopre l’arco della vita di ogni singolo individuo e, se da un lato sana le necessità biologiche del sostentamento, dall’altro crea ulteriori necessità che possono essere soddisfatte solo reiterando “il fare” per la durata dell’intera esistenza.
Tuttavia, l’intero genere umano trae beneficio dall’attività lavorativa in quanto si vede garantita la sopravvivenza. In tal modo, l’uomo crea dei prodotti a partire dalla trasformazione dell’ambiente circostante e amplia il proprio orizzonte proiettandosi nel futuro. Il prodotto del proprio lavoro diventa per l’uomo l’emblema della possibilità d’incidere sul corso del tempo, in quanto ciò che viene creato dura oltre la limitatezza dell’attività produttiva stessa.

Rispetto al lavoro, l’operare implica la creazione estesa di un mondo artificiale, che si differenzia radicalmente dall’ambiente naturale. Si passa, dunque, dalla mera trasformazione lavorativa del materiale disponibile, alla creazione di un vero e proprio sovra-mondo artificiale, che si affianca, o rimpiazza del tutto -come nel caso della società tecnicizzata– il mondo naturale.
Nella propria condizione, perciò, l’uomo non intrattiene soltanto un rapporto con l’ambiente che lo circonda, ma anche con i suoi simili. L’universo della pluralità e della socialità, che scaturisce dall’incontro fra più individui, dà vita all’azione, che, a parere di Arendt, partorisce la vita politica e crea la storia.
Pertanto, la condizione umana implica immediatamente un rapporto tra gli individui e ciò che li circonda. Questo rapporto dà forma alla vita activa e alla produzione di cose e, gli oggetti artificialmente prodotti dall’uomo, da un lato influiscono sull’ambiente trasformandolo, dall’altro, condizionano la stessa vita umana.
Vi è quindi un legame imprescindibile tra l’uomo ed il mondo e, quest’ultimo, è anche il prodotto dell’attività del primo. Infatti, l’esistenza dell’umanità necessita delle cose prodotte per potersi auto-sostentare ma, d’altro canto, le cose del mondo ricevono un ordine ed un senso a partire dalla loro incidenza sulla vita degli uomini.
La vita activa, ovvero la vita incentrata sulla produzione di oggetti e sulla trasformazione della natura in ambiente abitabile, tuttavia, non è l’unica modalità con cui l’essere umano si relazione alla realtà.
Ad essa si affianca la vita contemplativa che per secoli -fin dall’antichità- è stata considerata superiore alla vita activa, in quanto non presuppone l’impiego della forza fisica in vista dell’auto-sostentamento, ma si avvale interamente dello sforzo del pensiero, dell’otium, poiché presuppone la soddisfazione -a monte- dei bisogni primari.

Un murale di Bansky presso Coney Island Avenue a New York
La vita contemplativa è sempre stata prerogativa di pochi privilegiati -uomini liberi, filosofi, uomini di religione o, semplicemente, aristocratici- che, nell’antichità e ancora oggi, hanno potuto delegare il lavoro agli schiavi oppure, nella contemporaneità, al sistema industriale. Ed è proprio a partire dall’età moderna che il trionfo della “attività lavorativa” diventa una delle prerogative principali della condizione umana, determinando il rovesciamento della secolare priorità della vita contemplativa su quella attiva.
Con la modernità, infatti, si afferma l’hanimal laborans, un soggetto che, grazie al proprio corpo e alla sua forza-lavoro, produce merce e che, nell’odierna economia immateriale, produce anche competenze e informazioni. Il lavoro diventa, così, la prerogativa principale della vita moderna e pone al centro dell’attenzione i corpi e le loro facoltà psico-fisiche e cognitive, in quanto è grazie a tutti questi elementi che l’attività lavorativa stessa si reifica.
Il fatto che, a partire dall’età moderna, il lavoro occupi un ruolo centrale nell’esistenza umana occidentale, deriva dall’accrescimento della produttività e dall’affermarsi del capitalismo che comporta, quindi, l’aumento della resa della forza-lavoro. Ciò determina una sistematizzazione dell’attività lavorativa che si specializza e usufruisce -incrementandola- della tecnica. Quest’ultima diventa, inoltre, il mezzo in grado di generare un surplus di produzione, che eccede la mera necessità, partorendo il consumismo. Il rapporto tra uomo e mondo s’incentra, da adesso in poi, sulla portata trasformatrice dell’attività umana nei confronti della natura.

Image: Zhivotov, E. and Svetkov, S. Cartoon. Krokodil Jan. 1987: 16. Krokodil Digital Archive
È quest’attività di trasformazione incessante che caratterizza la gestione della vita umana moderna e contemporanea. La forza umana si fa perciò elemento capace di creare sempre nuovi prodotti e saperi, riducendo il mondo a cosa. Del resto, la dimensione cosale si accresce proprio con l’aumentare dell’importanza conferita dall’uomo alla propria attività lavorativa.
A partire dalla modernità, allora, l’uomo scopre in sé la forza per dominare la natura. Questa forza -che è il lavoro- non soltanto trasforma il mondo, ma incide su di esso incrementandone la dimensione cosale. Mutando l’auto-percezione dell’uomo rispetto al mondo, muta anche il ruolo rivestito dal lavoro che, da oggetto del disprezzo per gli antichi, diventa adesso oggetto d’idolatria. Il lavoro tuttavia, in quanto attività, non è sufficiente alla creazione di oggetti duraturi.
È quindi l’operare che supplisce a questo deficit e dà vita alle “cose del mondo”, tra cui si annoverano i beni di consumo, che diventano gli oggetti d’uso delle società contemporanee.
I beni di consumo conferiscono una nuova fisionomia all’esistenza ed incidono direttamente sul rapporto tra il mondo e l’uomo e sulla relazione tra gli individui. Tali oggetti hanno infatti per scopo l’incessante sostituibilità reciproca: nessuno di essi è tanto importante da non poter essere rimpiazzato da un altro oggetto più nuovo.
In questo modo, la dimensione cosale del mondo, finanche dello stesso essere umano, non soltanto viene incrementata, ma diventa il modo principale con cui l’uomo si rapporta a ciò che lo circonda e ai suoi simili. La riduzione del mondo a cosa abitata da altre cose, crea tuttavia il paradosso per cui le cose si rivelano più durature rispetto all’attività lavorativa che le produce.
L’esistenza umana, allora, si ritrova incastrata in un universo che funziona solo grazie alla reificazione. Il mondo diviene, così, un cosmo artificiale, abitato da un “universo di cose” riproducibili ed interscambiabili e da uomini-cose.
Se lavoro ha per finalità il consumo, allora, sia il lavoro che il consumo altro non sono che processi di modificazione della materia. Il lavoro ed il consumo, infatti, “afferrano la materia” allo scopo di modificarla e, così facendo, la “artificializzano” e la piegano al disegno produttivista umano. Ne deriva che, l’idea del lavoro come attività necessaria all’emancipazione da uno stato di necessità in vista del soddisfacimento dei bisogni essenziali, dalla modernità in poi, si trasforma in una vera e propria dipendenza dell’uomo dal proprio apparato di produzione e dagli oggetti d’uso e consumo da cui è circondato, nonché dalle pratiche di riconoscimento e status sociale che dall’apparato produttivo derivano.
In questo modo, la vita dell’uomo si meccanicizza e si consuma nella produzione, mentre le cose che egli ha prodotto durano assai più dell’esistenza di qualsiasi essere umano. Nonostante ciò, l’individuo contemporaneo pare non riuscire a concepire un nuovo modo di vivere e una nuova società, proprio perché nelle cose prodotte dalla catena industriale egli trova un senso di stabilità, che sfugge alla sua natura transeunte.

Questo significa che le merci hanno il ruolo di “strumenti stabilizzatori per la vita umana”, di per sé incerta, precaria e breve. L’universo duraturo sovraccarico di oggetti nel quale il soggetto contemporaneo si ritrova immerso, costituisce, cioè, l’illusione di una stabilità che oltrepassi la morte.
All’interno di un quadro simile, la tecnica diviene lo strumento che consente alla reificazione di durare e di trovare sempre nuovi stimoli per imporsi. Essa determina, infatti, il trionfo dell’homo faber, colui che, per creare, distrugge la natura artificializzandola.
Affinché la tecnica prenda vita, tuttavia, l’homo faber abbisogna d’impiegare la violenza che estragga dalla natura la materia e l’energia, al fine di trasformarle in oggetti. La tecnica, allora, ha per criterio guida un “modello” che orienta l’operare umano in vista della realizzazione di beni di consumo e di una società di oggetti, in cui persino le relazioni interpersonali vengono cosalizzate. La reificazione tecnica altro non è che il trionfo del finalismo: tutti i mezzi ed i processi industriali attuali hanno per scopo la creazione di oggetti e di relazioni strumentali.
L’identità dell’homo faber, ovvero del soggetto contemporaneo, è quindi data dalla sua incessante produttività ed il solo tipo di rapporto con gli altri che egli concepisce, è un rapporto di scambio di prodotti, informazioni, emozioni, sesso e così via, secondo una logica che prevede un flusso incessante. In questo modo, il consumismo identifica il valore delle cose col loro “valore di scambio”.
La società tecnica, perciò, è di per sé intimamente legata alla società dei consumi e delle cose, poiché solo grazie ai consumi e alla mentalità strumentale, la tecnica è legittimata a continuare la propria incessante corsa. A ben guardare, tuttavia, dietro a questo incessante carosello di merci e di scambi, si cela null’altro che vanità: è, difatti, in nome della vanità e del surplus di merci, di cui essa si nutre, che la società dei consumi continua a durare, facendo dell’uomo “un oggetto che fabbrica altri oggetti”, siano essi cose, servizi, idee, saperi o persone ridotte a cose.
Tant’è che entro tale scenario, l’uso che l’individuo fa di questi oggetti diviene la misura suprema dell’agire stesso. Per la “mentalità strumentale” che guida l’agire tecnico contemporaneo e la società dei consumi, allora, ogni fine che non sia riducibile a cosa dev’essere sacrificato; è così che la vita umana si riduce a mero numero e a valere zero.
[1] H. Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 2006, p.7.