Maria Giudice di Maria Rosa Cutrufelli

 

di Ivana Rinaldi

 

La biografia di Maria Giudice  di Maria Rosa Cutrufelli, (Giulio Perrone editore, 2022) ,nasce da una duplice esigenza dell’autrice: ridare vita a una donna che ha segnato la storia del Novecento, e dall’amicizia che l’ha legata a Goliardia Sapienza, ultima figlia di Maria.

Cutrufelli, siciliana anche lei e autrice di numerosi romanzi tra cui Il giudice delle donne e L’isola delle madri, ritorna a una sera del 1991 in cui con altre scrittrici tra cui Goliarda, si ritrova a casa di Adele Cambria a parlare, turbate, della Guerra del Golfo. Durante la discussione si consuma una frattura tra lei e Goliarda che a sorpresa si pronuncia a favore. Una posizione che lascia sconcertate le amiche.

Un ritratto di Maria Giudice

Sarà forse la spinta definitiva a scrivere di Maria Giudice, pacifista indomita prima e durante la Grande Guerra, uno dei motivi che la spinse ad allontanarsi dal suo compagno, padre dei suoi sette figli. Sindacalista, vicina al partito socialista, viaggiatrice, donna libera, a cui piaceva leggere e scrivere, per lo più articoli, ma anche versi.

Era cresciuta, grazie a sua madre, in compagnia di letterati e poeti: Tolstoj, Hugo, Zola. Un amore che sua madre Ernesta le trasmette e che a sua volta lei passerà a Goliarda. Da suo padre, Maria, nata nel 1880 a Codeville (Pavia), apprende invece l’amore per la politica e l’impegno. Qualità non comuni tra le ragazze dell’epoca.

Maria Rosa Cutrufelli sfoglia la vita di Maria Giudice attraverso foto simboliche che hanno segnato il suo percorso sin da ragazza fino alla morte. A quattordici anni si iscrive alla Regia Scuola femminile del capoluogo che porta il nome della patriota Adelaide Cairoli e che oggi sarebbe un istituto magistrale.

Pian piano si avvicina al socialismo e alla scrittura per i periodici legati al partito, come Su Compagne. Nel 1903 diventa Segretaria, anzi Segretario, della camera del Lavoro di Voghera.  É abile e ingegnosa con la scrittura, ma anche una brava oratrice. Sfilano nel racconto di Cutrufelli, oltre le foto, anche le relazioni dei prefetti che la tenevano sott’occhio: nella sua vita cominciano ad alternarsi momenti di attivismo a quelli passati in carcere.

Ed è qui che conosce il suo futuro compagno con cui non si volle mai unire in matrimonio, Carlo Civardi, sorvegliato dalla polizia in quanto anarchico, e con cui Maria ebbe sette figli, fino alla loro separazione dovuta alla radicale posizione verso la Guerra: Carlo andrà a combattere, Maria è per la pace. A Lugano, dove si era rifugiata insieme a altri fuoriusciti incontra Angelica Balabanoff, la rivoluzionaria russa che le rimane vicina nei momenti di maggior difficoltà: “Due anime inquiete sempre alla ricerca di nuove battaglie”.

un'immagine che ritrae Angelica Balabanoff

Angelica Balabanoff

 

Narrare è camminare dietro il passato, scrive Maria Rosa Cutrufelli, e ritrovarsi di fronte a vuoti e lacune. Di fatto Maria riesce a rientrare in Italia con i suoi cinque figli: Josina, Cosetta, Licia, José, Ivanoe. Successivamente diventarono sette, Danilo che nasce nel 1911 e Olga nel 1913. Nonostante l’impegno politico e sindacale, sembra che Maria ami essere madre, che quei figli li desideri.

Da dove nasce questa ingordigia di maternità, si chiede Cutrufelli. Tuttavia la passione della carne, non cancella la passione per la politica: due esigenze che si contendono il suo cuore.  Rimasta vedova di Carlo, è sfinita, non sa come pagare l’affitto, il gas, il latte, la spesa quotidiana, tanto è vero che i suoi figli vennero affidati alle sorelle di Carlo.

Una vita dura tra la militanza, il carcere, il lavoro, la posizione di esclusa dalla famiglia di lui. Molti fronti su cui combattere, anche se appare una donna determinata, forte, pronta a far valere l’idea di libertà, che per lei coincide con il socialismo: “Ma quanto spazio di libertà personale può concedersi una donna?” si chiede. In realtà non è libera, è sola.

In uno dei suoi comizi a Volterra conosce l’avvocato siciliano Peppino Sapienza con cui inizia una nuova vita in Sicilia e da cui ebbe ancora tre figli: Goliarda, l’ultima nata, dopo la scomparsa della prima Goliarda e di un fratellino. La nuova famiglia è una specie di tribù – oggi diremmo famiglia allargata – in cui convivono i suoi figli, i figli di Peppino, anche quelli nati da relazioni extraconiugali di lui.

Un quadro in cui non tutto è in armonia, tanto è vero che molti di loro, ormai cresciuti, se ne vanno o muoiono in circostanze misteriose. Finché a Maria è concesso, continuerà a portare avanti le sue battaglie politiche e sindacali. All’avvento del fascismo la sua voce verrà zittita.

Ormai silenziosa e insonne, nel 1942 deciderà di raggiungere Goliarda a Roma, dove questa è andata per studiare all’Accademia di Arte drammatica Silvio D’amico. Suo marito Peppino viene arrestato e le due donne si ritrovano a fare i conti con le ristrettezze economiche.

Gli anni che trascorrono insieme sono quelli che forse riconciliano interiormente Goliarda con sua madre. Tra la morte di Peppino e di Maria passano circa tre anni, anni in cui lei scivola via in silenzio. Al suo funerale, tante bandiere rosse e garofani bianchi. C’è Umberto Terracini che era stato in carcere con lei, e che presiede l’Assemblea Costituente. Ci sono Saragat e Pertini, futuri presidenti della Repubblica. E poi conclude Cutrufelli, ci sei tu, Goliarda, con una madre forse troppo ingombrante, la voglia di essere lei, il bisogno di non essere lei. E forse questo è il nucleo del libro: l’eterno conflitto madre-figlia, e l’eredità che ogni madre ci lascia in dono

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