Trilogia del rancore

di Emilia Pietropaolo 

Quando nella Mite di Dostoevskij la giovane sposa di sedici anni punta una pistola al marito addormentato, non stiamo assistendo solo a un gesto disperato: è già in atto una ribellione. La percepiamo nel momento in cui lei comincia a cantare, e la vediamo davvero solo in seguito, quando il marito inizia il suo monologo davanti al suo cadavere steso sul tavolo. È il corpo a parlare per lei. È il corpo a compiere la disobbedienza che la voce non può più dire.

Allo stesso modo, nella Trilogia del rancore,riscrittura interamente al femminile che comprende Medea del Baltico, Androma(hi)a e Hai paura? Non dovresti, firmata dal drammaturgo e accademico Armando Rotondi, la ribellione arriva attraverso il corpo. Non è solo una presenza scenica: è un campo di battaglia, un luogo di scontro con gli uomini che queste tre figure hanno accanto, o contro cui hanno dovuto definire se stesse.

In Medea del Baltico, fin da subito si nota come la protagonista venga introdotta attraverso una serie di dettagli che la rendono quasi un oggetto da osservare: “vestita di bianco candido, come la sua pelle”, “capelli ondulati e rosso fuoco”. È una descrizione che la colloca dentro uno sguardo che non è il suo, ma quello di qualcun altro, un’estetizzazione che anticipa già la sua posizione di donna intrappolata in una cornice, in un luogo e in un ruolo che sente estranei. E infatti Medea non smette di ripeterlo:

 

“Voglio andare via. Odio il freddo, odio la neve, odio questo luogo che mi trattiene”.

La sua è una reclusione che va oltre la fortezza in cui si trova:

“sono sempre stata reclusa”, dice, e subito dopo desidera “non essere soggetta a restrizioni”.

La scena diventa così lo spazio in cui questa prigionia prende forma: la geografia, la storia, l’identità, ma soprattutto il corpo, corpo che soffre, che resiste, che prova a fuggire, che alla fine si ribella.

In Andromac(hi)a, monologo in tre mo(vi)menti andato in scena il 15 marzo 2024 al teatro TRAM di Napoli, co-diretto dall’autore Armando Rotondi, la protagonista torna a noi filtrata attraverso varie fonti: Omero, Euripide, Racine, Heiner Müller, Cocteau, e una scrittura concepita ascoltando Ravel e Smetana.

Se la Medea del Baltico della Trilogia del rancore si presentava come un corpo senza figli, quasi a evocare le donne che oggi rivendicano la libertà di non essere madri, le cosiddette childless, qui in Andromac(hi)a tutto ruota intorno alla maternità negata, spezzata, e al corpo che resta l’unico spazio politico possibile.

Andromaca è collocata sul palco, ma anche tra il pubblico: un corpo che abita i confini e li attraversa. È una donna che aspetta. Aspetta il ritorno di Ettore, morto per mano di Achille; aspetta un destino che conosce già; aspetta soprattutto di sopravvivere all’ennesima violenza maschile.

La sua è un’attesa che sa di rassegnazione: rassegnazione alla schiavitù impostale da Neottolemo, che la pretende come concubina scatenando la gelosia di Ermione; rassegnazione alla perdita del figlio Astianatte, gettato dalle mura per spezzare definitivamente la stirpe di Troia.

Quel gesto, nella sua brutalità, richiama inevitabilmente le immagini dei bambini e delle bambine uccisi in guerra oggi, bambini strappati alla vita sul campo di battaglia, come accade a Gaza. La tragedia antica e la cronaca contemporanea si sovrappongono senza bisogno di forzature.

Sul palco, l’interpretazione di Valeria Impagliazzo dà corpo a questa Andromaca piena di “rassegnazione e odio”, odio verso Neottolemo, verso il sistema di potere che lo legittima, verso la condizione a cui è stata ridotta. Ma ciò che Andromaca non pronuncia mai esplicitamente, e che però emerge con una chiarezza quasi dolorosa, è che oltre a essere madre, figlia e moglie, non è mai stata considerata donna. Non le è mai stato concesso di esserlo.

È collocata da sempre in una posizione di subordinazione, intrappolata in un mondo di uomini che usano i corpi femminili come territori di conquista. Eppure, proprio su quel palcoscenico, attraverso il corpo, Andromaca pretende finalmente una voce. La sua ribellione passa da qui, da parole come queste:

“Ti disprezzo, Neottolemo. Padrone mio. E io tua concubina e schiava, mio malgrado. Ma tu morirai, Neottolemo. E i tre figli che ti ho dato saranno l’arma con cui la tua rovina si compirà.

Osservo tua moglie, Ermione. La tua legittima moglie. La osservo camminare tra le stanze. So come lei osserva me, gelosa del tuo amore verso di me, gelosa del desiderio che tu hai di me, bottino di guerra che ti ha dato eredi.” (27)

Questo odio lucido, trattenuto, quasi scolpito, è la sua forma di sopravvivenza. Il corpo di Andromaca non è più solo vittima: diventa strumento, resistenza, gesto scenico che rompe la tradizione e la riscrive.

Nell’atto finale della Trilogia del rancore troviamo Clitennestra nella sua vendetta: cruda, lucida e consapevole, rivolta al marito. È forse il momento più potente e attuale: una donna che si vendica per la perdita di Ifigenia, ma il monologo va oltre. Sul palco, il suo corpo è pieno del proprio sangue, e la vendetta diventa corporea, richiamando la Giuditta di Caravaggio: qui il corpo di Clitennestra diventa oggetto di scena, non quello di una moglie vittima di violenza psicologica.

La scena è splatter, cruda, con dettagli cruenti: una vendetta profondamente femminile, contemporanea, che ricorda film come Revenge di Coralie Fargeat (2017), M.F.A. di Natalia Leite (2017) e Promising Young Woman di Emerald Fennell (2020), in cui il corpo femminile recupera il proprio potere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Taglierò le vene delle tue braccia. (Pausa) Del tuo stomaco. (Pausa) Della tua pancia, quella orribile pancia che hai fatto crescere anno dopo anno.

(Pausa) Taglierò il tuo membro, il tuo piccolo grande sesso,

l’unica cosa di cui sei orgoglioso di parlare. (Pausa) Taglierò la tua gola, così non sputerai parole e veleno su di me, ma il tuo sangue semplicemente verrà fuori. Sarò delicata e il mio taglio sarà anche delicato. Sarò morbida. Lenta. Non ne verserai molto di sangue. Almeno non tutto insieme. (Pausa) Avremo tempo. E me ne starò seduta qui accanto a te. Ta gliandoti. E parlando con te. (Pausa) Non taglierò le tue orecchie. Queste no. Perché la vera tortura sarà una. E solo una. (Pausa) Devi rimanere qui, senza muoverti, mentre ti uccido. E devi ascoltare tutte le maledette cose che hai fatto a me eciò che io penso davvero. Dovrai prestare attenzione. Il dolorenon ti distrarrà. Ho scelto con molta cura il sedativo. Resterai

sveglio” (33)

 

La Trilogia del rancore di Armando Rotondi apre così una porta sull’analisi di genere, mostrando come il teatro possa esplorare e rappresentare la ribellione femminile in modo diretto, viscerale e potente.

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