
di Emilia Pietropaolo
- Ciao Anna, sono davvero felice di avere l’opportunità di intervistarti sul tuo libro Fra segni e voci: “storia di una donna sorda, di una comunità, di una lingua”. È un titolo molto evocativo, che già anticipa il tema dell’incontro tra il mondo delle persone sorde e quello delle persone udenti, partendo dalla tua storia personale. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? E, secondo te, oggi c’è ancora bisogno di raccontare alle persone udenti chi sono le persone sorde e che cosa significa davvero la «sordità»?
- L’idea di scrivere Fra segni e voci nasce dall’esigenza di lasciare una testimonianza personale che, al tempo stesso, fosse anche una testimonianza collettiva. Non desideravo raccontare soltanto la mia storia, ma utilizzare la mia esperienza come filo conduttore per ripercorrere le trasformazioni vissute dalla comunità sorda italiana nel corso di diversi decenni: dall’educazione oralista alle battaglie per il riconoscimento della lingua dei segni, fino alle questioni dell’accessibilità, dei diritti e della piena partecipazione alla vita sociale.
- Ho trovato Fra segni e voci un libro molto importante perché affronta temi ancora oggi estremamente attuali: il lavoro, l’accessibilità, l’educazione e l’essere donna. Sono questioni fondamentali che, in parte, avevi già affrontato nel saggio The Social Condition of Deaf People (2022). Dal tuo punto di vista, il mondo del lavoro è cambiato per le persone sorde? Oggi ci sono maggiori attenzioni e opportunità rispetto al passato? E cosa significa, per te, essere una donna sorda? Quali sono state le sfide più grandi che hai dovuto affrontare?
- Credo che il mondo del lavoro sia cambiato rispetto al passato e che oggi ci siano maggiori opportunità per le persone sorde. Le nuove tecnologie, una maggiore attenzione all’accessibilità e il riconoscimento dei diritti hanno sicuramente favorito questo cambiamento. Tuttavia, permangono ancora molte difficoltà. Le barriere non sono legate tanto alla sordità in sé, quanto alla mancanza di accessibilità e ai pregiudizi che ancora oggi influenzano il modo in cui vengono percepite le capacità delle persone sorde.
Per quanto riguarda la mia esperienza, essere una donna sorda ha significato affrontare una doppia sfida. Da una parte, ho dovuto confrontarmi con gli ostacoli legati alla sordità; dall’altra, con quelli che molte donne hanno incontrato nella vita professionale e sociale. Le difficoltà maggiori sono state dimostrare le mie competenze e conquistare la fiducia degli altri, in un contesto in cui spesso la sordità veniva vista prima delle capacità della persona.
Queste esperienze mi hanno insegnato quanto siano importanti l’accessibilità, il rispetto delle differenze e le pari opportunità. Credo che una società inclusiva non debba limitarsi a offrire un posto di lavoro alle persone sorde, ma debba creare le condizioni perché possano partecipare pienamente, esprimere le proprie competenze e avere le stesse possibilità di crescita di tutti gli altri.
3. Nel libro parli molto della voce, ed è un aspetto interessante e che conosco personalmente. Che cosa rappresenta per te la voce? È davvero la condizione necessaria per essere pienamente riconosciuti nel mondo degli udenti? Tu sei una persona oralizzata, ma usi anche la tua lingua materna, la lingua dei segni: secondo te, agli occhi delle persone udenti questo ti rende “più sorda” o “più udente”? Hai notato che lo sguardo degli altri cambia quando usi la voce oppure quando comunichi in lingua dei segni?
- La voce ha avuto un ruolo importante nella mia vita, perché mi ha permesso di comunicare con il mondo degli udenti. Tuttavia, credo che una persona non debba essere riconosciuta o valorizzata in base al fatto che parli o meno. La voce è uno strumento di comunicazione, ma non è l’unico. Anche la lingua dei segni è una lingua completa e permette di esprimere pensieri, emozioni e identità.
Sono una persona oralizzata, ma la mia lingua naturale è anche la lingua dei segni. Non penso di essere “più sorda” quando segno o “più udente” quando parlo. Sono semplicemente la stessa persona che utilizza modalità comunicative diverse a seconda del contesto e delle persone con cui interagisce.
È vero, però, che lo sguardo degli altri cambia. Quando uso la voce, spesso la mia sordità passa inosservata; quando comunico in lingua dei segni, invece, viene subito percepita. Questo dimostra che molte persone continuano ad associare la sordità a un determinato modo di comunicare. Credo, invece, che sia importante superare questa visione e riconoscere che ogni persona sorda ha un proprio percorso e il diritto di scegliere come comunicare.
4. Nel libro non affronti il tema dell’impianto cocleare, e lo trovo del tutto comprensibile, trattandosi di un’autobiografia. Oggi, però, si parla sempre più spesso di terapia genica e di impianti cocleari di nuova generazione, sempre più avanzati. Come guardi a questi sviluppi? Che cosa rappresentano, secondo te, per le persone sorde e per la comunità sorda?
- Devo essere sincera: non conosco in modo approfondito gli sviluppi più recenti degli impianti cocleari né le nuove prospettive della terapia genica. Per questo motivo non mi sento di esprimere un giudizio su tecnologie che non conosco direttamente. Credo che sia importante lasciare queste valutazioni agli specialisti e alle persone che hanno esperienza diretta di questi percorsi.
Quello che posso dire è che ogni persona sorda dovrebbe essere libera di scegliere il percorso che ritiene più adatto alla propria vita, sulla base di informazioni corrette e nel rispetto delle proprie esigenze e della propria identità. Al tempo stesso, qualunque sia la scelta individuale, resta fondamentale garantire il pieno rispetto dei diritti, dell’accessibilità e della dignità delle persone sorde.
- L’accessibilità è ancora oggi una questione molto critica in Italia. Nel libro racconti diversi esempi concreti: gli annunci fatti solo con l’altoparlante, la mancanza di allarmi luminosi nei luoghi di lavoro, i problemi dei sottotitoli in televisione. E spesso, quando si sollevano queste criticità, la risposta è: “Ma c’è il TG LIS”. È una frase che anch’io mi sono sentita dire molte volte. Tu cosa ne pensi? Rispetto al passato, ritieni che sia cambiato davvero qualcosa?
- Sì, credo che l’accessibilità sia ancora una questione molto critica in Italia. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni progressi, ma sono ancora insufficienti. Molti servizi continuano a essere pensati principalmente per le persone udenti e questo crea ostacoli nella vita quotidiana delle persone sorde.
Per quanto riguarda il TG LIS, non credo che possa essere considerato una soluzione sufficiente. Non tutte le persone sorde conoscono la lingua dei segni e, soprattutto, l’accessibilità dovrebbe essere garantita nei programmi televisivi ordinari, non solo in spazi dedicati. Quando, ad esempio, ci sono dibattiti politici o trasmissioni di informazione, il riquadro dell’interprete è spesso molto piccolo e diventa difficile seguire correttamente la traduzione. Inoltre, mancano ancora molti sottotitoli, oppure sono incompleti o di scarsa qualità.
L’accessibilità non dovrebbe essere vista come un servizio speciale riservato a pochi, ma come un diritto. Rendere accessibili l’informazione, i servizi pubblici e i luoghi di lavoro significa permettere alle persone sorde di partecipare pienamente alla vita sociale, culturale e democratica del Paese.
- Nel libro scrivi una frase molto forte: “Nella mia vita ho riflettuto spesso se sia stata più una difficoltà essere sorda o essere donna.” Che cosa significa, per te, essere una donna sorda? Racconti anche che, durante gli anni nei convitti, ragazze e ragazzi venivano tenuti separati. Ci puoi spiegare meglio come vivevate questa separazione e quale significato aveva? Infine, vorrei chiederti cosa pensi del femminismo: secondo te, esiste oggi una riflessione femminista all’interno della comunità sorda italiana?
- Essere una donna sorda ha significato, per molti aspetti, vivere una doppia discriminazione: come donna e come persona sorda. In diversi momenti della mia vita ho avuto la sensazione che questi due aspetti si sommassero, rendendo ancora più difficile essere riconosciuta per quello che ero e per le mie capacità.
Negli anni trascorsi nei convitti, ragazze e ragazzi venivano tenuti rigorosamente separati. Questa scelta era influenzata anche da una mentalità religiosa molto rigida: si temeva che la vicinanza tra ragazzi e ragazze potesse creare situazioni considerate inappropriate. Oggi quella visione può apparire superata, ma allora era espressione di una cultura molto chiusa, che limitava la libertà e le relazioni tra le persone.
Per quanto riguarda il femminismo, per me non significa essere contro gli uomini. Significa riconoscere il valore delle donne, condividere esperienze, emozioni e difficoltà comuni e impegnarsi perché donne e uomini abbiano gli stessi diritti e le stesse opportunità. Credo che anche all’interno della comunità sorda sia importante dare sempre più spazio alla voce delle donne e alle loro esperienze, perché la parità riguarda tutte e tutti.
Proprio per questo ho fondato un gruppo di donne sorde chiamato “Mimosette”. Ci incontriamo una volta al mese alla Casa delle Donne di Milano: è uno spazio in cui possiamo confrontarci, raccontare le nostre esperienze e parlare delle difficoltà che viviamo come donne sorde. Credo che creare questi momenti di incontro sia importante perché permette alle donne sorde di avere una propria voce, di sentirsi rappresentate e di partecipare anche al movimento per i diritti delle donne.
- Per concludere, Anna, vorrei chiederti una cosa. Oggi si parla molto di inclusione, ma spesso questa parola rimane solo uno slogan. Che cosa vorresti che la nostra società promuovesse davvero? E se potessi cambiare una cosa, quale sarebbe?
- Oggi si parla molto di inclusione, ma spesso questa parola rischia di rimanere soltanto uno slogan. Per me l’inclusione vera significa creare le condizioni perché ogni persona possa partecipare pienamente alla società, senza dover continuamente superare barriere o dimostrare il proprio valore.
Nel caso delle persone sorde, questo significa garantire accessibilità nella comunicazione, nell’istruzione, nel lavoro, nell’informazione e nella vita quotidiana. Non basta parlare di inclusione: bisogna ascoltare le persone coinvolte e costruire soluzioni insieme a loro. Le persone sorde non devono essere considerate solo destinatarie di aiuto, ma protagoniste nelle decisioni che riguardano la loro vita.
Se potessi cambiare una cosa, vorrei cambiare il modo in cui la società guarda alla sordità. Vorrei che fosse vista non soltanto come una mancanza, ma anche come una differenza linguistica e culturale. Vorrei una società in cui la lingua dei segni, la comunicazione accessibile e le diverse modalità di espressione siano riconosciute come una ricchezza.
Credo che il cambiamento più importante sia culturale: imparare a conoscere l’altro senza pregiudizi. Solo attraverso la conoscenza e il dialogo tra persone sorde e udenti possiamo costruire una società davvero rispettosa e inclusiva.