“Regalasi disperazione!” Come i mezzi di comunicazione e la politica stanno mortificando l’uomo

di Lucrezia Lombardo

La disperazione è diventata uno stile di vita: incrementata dai mezzi di comunicazione, abilissimi nell’inscenare e documentare catastrofi ed emergenze continue, l’angoscia costituisce oggi il sentimento dominante per molti.

Caratterizzata dall’assenza di speranza e dalla nichilistica convinzione “che nulla valga la pena” e che non vi siano possibilità per cambiare il corso delle cose, la disperazione ammala l’uomo contemporaneo e da questo virus invisibile non sono protetti neppure i giovani che, al contrario, nel loro stile di vita, sempre più aggressivo e autodistruttivo, dimostrano di aver introiettato in pieno tale senso d’impotenza.

Eppure, l’allontanamento dalla speranza -come l’etimologia del termine “disperazione” indica- può essere indotta mediante una pervasiva di manipolazione, che da sociale si fa individuale: accendendo qualsiasi tivù, sfogliando qualsiasi giornale e navigando sul web, infatti, la maggior parte delle notizie che vengono veicolate hanno un carattere negativo e risultano funzionali a costruire una narrazione angosciosa della realtà, nella quale l’individuo finisce con il percepirsi sempre più solo e in trappola.

Ciò non significa che i problemi che attanagliano il presente non vadano visti e discussi, bensì che, anche dinnanzi alle crisi più tremende possono darsi due atteggiamenti contrapposti: il primo è costruttivo, e si sforza comunque di progettare, crede nella bontà della natura umana, nonostante tutto, e nella vita, che ha in sé la spinta per ripartire; l’altro atteggiamento, invece, è distruttivo e legittima una passività rinunciataria, nichilistica, che si unisce all’assenza di ogni rischio. Da questo secondo atteggiamento -che si fa oggi forma mentis diffusa- deriva quell’egoismo che fa pensare esclusivamente al proprio orticello, anche se intorno piovono bombe.

L’azione martellante della disperazione -raccontata e filmata di continuo, attraverso narrazioni e scene di morte in cui l’abuso del forte, che schiaccia e deride l’innocente, non ha fine- è dunque uno strumento di potere finalizzato a generare nell’animo degli individui un sentimento definitivo di resa, lo stesso che prova colui che si consegna volontariamente tra le mani del carnefice.

Ecco, pertanto, che emerge chiaramente il fine nascosto nell’odierna retorica dell’angoscia, che si nutre di violenza continua: rendere gli individui impotenti, incapaci di riconoscere l’abuso e, quindi, propensi ad accettarlo, normalizzando la prevaricazione.

Così, del resto, accade ormai sia a livello politico, che nella vita quotidiana.  Tant’è che, quanto più la violenza subita e vista è frequente, tanto più la psiche si abitua ad essa e, per difesa, le riconosce come “atteggiamento accettabile”, sebbene, nel profondo, resti viva la consapevolezza di un simile autoinganno.

Attraverso strumenti di manipolazione di massa, come quelli messi in atto dagli attuali mezzi di comunicazione e dalla politica -che, a propria volta, ha normalizzato la legge della “violenza-disperazione”-, perciò, i soggetti vengono espropriati della capacità di vedere in modo razionale e analitico la realtà, diventando, di conseguenza, incapaci di progettare qualsiasi forma di resistenza alla logica di morte dilagante, che finisce con il togliere la gioia di vivere, consegnandoci tutti alla disperazione.

Se, tuttavia, l’azione del potere si fa tanto pervasiva e tale da riplasmare il nostro modo di percepire la realtà e il futuro -che viene completamente amputato in quanto orizzonte di senso-, l’individuo possiede ancora in sé gli strumenti per porre fine all’odierna violenza normalizzata.

Il primo di questi strumenti non è sociale ma, in qualche modo, “religioso”: prima ancora che dare vita a movimenti collettivi -come già è avvenuto nel corso della storia- occorre oggi proteggere, anzitutto, se stessi e la propria psiche dalle continue sollecitazioni negative a cui si è sottoposti e che finiscono con l’essere reiterate persino nella propria casa e nei propri rapporti interpersonali.

Tale protezione della psiche è “un atto religioso” –e, per questo, profondamente rivoluzionario- in quanto richiede di costruire il cambiamento non all’esterno, proiettando le nostre speranze in un partito o in un gruppo, bensì all’interno, a partire dalla riscoperta di sé stessi e della propria interiorità.

Tornare ad ascoltarsi senza martellamenti televisivi o mediatici e senza essere perennemente immersi nel flusso delle informazioni, delle immagini, e dei rumori significa, infatti, avvicinarsi a quel nucleo duro -la coscienza, o anima, che dir si voglia- che è presente in ciascuno, sebbene la società odierna faccia di tutto per rimuovere tale certezza.

Questo nucleo duro si riattiva ogniqualvolta si fa pulizia delle maschere, dei rapporti di convenienza e di atteggiamenti conformistici tesi al rispetto sociale, al successo, al potere, al riconoscimento e così via. Allorché l’individuo guarda sé stesso in verità e sceglie la verità, egli dà automaticamente avvio a un processo rivoluzionario: tant’è che il potete odierno, per creare individui omologati e che abbiano in odio la vita -arrivando persino a gettar via la propria e accettando passivamente l’abuso- necessita proprio di soggetti alienati dalla consapevolezza più importante: quella dell’unicità del proprio essere, della sacralità di esso e della non casualità dell’esistenza in quanto tale.

In tal senso, nel corso della storia sono state molte le epoche segnate da guerre, massacri, stermini, ma nessuna, come la nostra, è riuscita a fare della disperazione la propria bandiera. Il crollo degli “apparati ideali” -se così vogliamo definirli- ha potenziato tale esito, di cui oggi -nell’epoca del postmoderno e della post-metafisica- subiamo in pieno le conseguenze.

Di contro, laddove l’individuo torna ad avere dei valori, a condividere degli ideali, a creare solide relazioni e a credere nella progettualità per il futuro, tale disegno di morte si spezza. Così hanno fatto gli uomini e le donne che si sono rialzati dalla guerra, come i nostri nonni, e così hanno fatto quelle donne che hanno messo al mondo i loro figli nonostante le bombe e le occupazioni straniere.

Così hanno fatto pure quegli intellettuali che sono stati deportati e perseguitati per le loro idee e, nonostante il prezzo da pagare, non hanno rinunciato alla forza della verità, che è la sola forma di libertà possibile. Quest’ultima, dunque, non consiste nel conformarsi ai modelli designati da una società ormai incapace di custodire la vita e che ha mercificato tutto -idolatrando il profitto e la potenza-, ma consiste, piuttosto, nel coraggio di idee e pratiche che vadano contro la disperazione imposta dal sistema attuale.

 Un sistema di potere e sapere che vuole che l’uomo rinunci alla vita e all’amore per essa, in modo tale da immolarsi volontariamente per il “mostro politico” che vorrebbe ridurre la terra all’inferno e privare l’essere umano della sua nobile natura: una natura che -a differenza di ciò che si crede- è ancora capace di amare, di perdonare, di sacrificarsi per gli altri, di credere, di immaginare, di creare.

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