Ripensare la guerra e la pace

 

di Ivana Rinaldi

La guerra nella contemporaneità da elemento di rottura nelle relazioni fra Stati, sta diventando un elemento di continuità. Ce lo dice il conflitto Israele Palestina, la guerra in Ucraina, i problemi mai risolti tra Cina e Taiwan, e le altre guerre in atto nel mondo. Ben 167! Nel volgere di pochi anni il suo ritorno sulla scena internazionale è diventata la norma. Si parla di ritorno della guerra in Europa dopo più di 70 anni, in realtà era tornata dopo l’89.

Pensiamo ai conflitti nell’ex – Yugoslavia che ha coinvolto anche l’Italia. E che hanno anticipato molti aspetti delle guerre a base etnico-nazionalista che si succedono in varie aree del mondo: la Guerra del Golfo (1990-1991), la Guerra dei Balcani (1991), la recente in Ucraina e il secolare conflitto israelo-palestinese. Le immagini di distruzione, violenza, morte, sono entrate prepotentemente nell’immaginario collettivo, attraverso i flash diffusi quotidianamente  dai media, che ci inducono a schierarci, a parteggiare per l’una o l’altra parte in campo, ma non a riflettere sulla drammaticità dei corpi violati, ovunque sia il fronte su cui si trovano a combattere.

Soffermarsi nel campo dell’immaginario non è un esercizio superfluo perché è proprio su questo fronte che si gioca l’altra e non meno fondamentale battaglia che prende il nome delle città, dei luoghi distrutti, delle vite spezzate, di donne, bambini, anziani, civili, innocenti  e occupa il nostro spazio fisico e mentale. É necessario soffermarsi anche su questi elementi fatti di immagini, ripetute, ingrandite, condivise dai media e dai social, che inducono a parteggiare, a schierarci facendo leva su sentimenti primordiali come la paura, la rabbia, l’odio, e la pietà.

Non sfugge come sottolineavo in un articolo pubblicato su Gazzetta Filosofica La rappresentazione della guerra. Propaganda e emozioni: una sfida per la pace (3 settembre 2022) lo slittamento nel registro della comunicazione, che invece di offrire soluzioni acuisce la cultura del rancore, attorno al quale si costruisce  il  collante sulle scelte non sempre condivisibili.

Già Karl Popper nel 1969 in Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica (Il Mulino, 1972) sottolineava una sorta di ossessione per il tema della sicurezza, che segna profondamente le esperienze sociali, le geografie, la politica del riarmo, il timore dell’altro, del proprio simile, dell’uomo estraneo e “straniero” che accompagna la storia d’Europa sviluppando l’uso legittimo delle armi, facendo ritornare in auge modalità di risoluzione delle controversie basate sulla violenza.

Come si può contribuire a costruire una cultura della pace diffusa, rompendo la centralità in atto del dato militare e della guerra, per ripensare a un mondo pacificato anche in vista di una  nuova relazione tra l’umano e l’ambiente? Innanzi tutto tornare a pensare. E educare al valore della pace a cominciare dalla scuola.

Molti pensatori/pensatrici, scrittori/scrittrici del  passato e del presente hanno scritto molto sulla pace. Pensiamo a Tolstoj, Vassilij  Grossman, Virginia Wolf, Simone Weil, Hanna Arendt, Etty Hillesum, Yanona Piras. Per non dire di tutti gli attivisti e le attiviste per la pace e i grandi pacifisti della storia, come Gandhi. Nelle Tre ghinee Virginia Wolf impostava il suo pampleth contro la guerra. Rispondendo ai tre interlocutori immaginari scrive:

Il modo migliore per aiutarvi per prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare noi nuove parole e nuovi metodi”. Ecco, è necessario inventare un nuovo linguaggio, un nuovo modo di essere al mondo.

 

Simone Weil scrive: “Volevamo pensare”. Il pensiero, per Weil scaturisce dal reale, si elabora lontano dai clamori e dalle folle, ma non rifiuta il confronto con altri esseri umani e esperienze, come quella nella Guerra civile spagnola, a cui partecipa come volontaria con il cuore e con il corpo, mossa da una necessità interiore. Arruolata in una piccola formazione, incaricata in missione di ricognizione a seguito della leggendaria colonna di Buenaventura Durruti, partecipa a varie azioni, rendondosi conto ben presto dell’abisso che separava gli uomini armati dalla popolazione inerme.

Dopo l’incidente che la mette a riposo, osserva quanto la violenza si sia appropriata anche dei combattenti dalla “parte giusta” fino all’elaborazione di un pensiero sull’uso della “forza” teorizzata per la prima volta nella lettera che invia all’amico Bernanos, e che poi confluisce nel mirabile L’Iliade o il poema della forza in cui coglie il ruolo della violenza, della barbarie che opera costantemente nella storia.

Il pensiero delle donne ha contribuito e tutt’ora contribuisce a decostruire il pensiero della guerra: penso alla studiosa e femminista americana Judith Butler, a Maria Luisa Boccia, politologa e femminista della differenza. E’ proprio quest’ultima che in Tempi di guerra. Riflessioni di una femminista (Il Manifesto, 2023) ci avverte della trappola che ci aspetta: che ci possa essere una guerra “giusta” contro il Male assoluto, catturandoci in condanne etiche senza offrirci soluzioni politiche.

Pensiamo alla “dottrina della guerra preventiva” contro l’Iraq di Saddam, alla “guerra umanitaria” in Kosovo, alla resistenza ucraina contro l’invasione russa e al recente conflitto tra il fondamentalismo di Hamas e il governo di Israele, guidato da una destra oltranzista, tanto da farci apparire questi conflitti come scontri di civiltà che annullano differenze, storie, identità politiche, emerse anche in Europa dopo il crollo del Muro di Berlino.

A partire da queste riflessioni, non abbiamo forse il dovere di continuare a cercare una nuova via? Un nuovo modo di agire e di ripartire dal fallimento dell’eredità umanistica (e politica) dell’Europa per intraprendere nuove strade. Ancora Simone Weil scriveva:

“Il grande errore di quasi tutti gli studi sui conflitti armati è quello di pensare che la guerra sia un episodio di politica estera, mentre esso costituisce un fatto di politica interna, il più atroce di tutti. La risposta violenta dell’oppresso è violenza”.

 

Per Weil la risposta non può essere violenta, né bella, né necessaria.  La violenza ci ghermisce, ci tende una trappola. Lo stesso per Etty Hillesum: non si può rispondere all’odio con l’odio, perché il male e l’odio si perpetuano. Difficile fermarli quando è troppo tardi. Tra le pensatrici che hanno analizzato il male, anche Hanna Arendt e lo ha fatto rischiando di essere fraintesa. Non riconoscere l’eccezionalità di Eichmann le è costato sdegno e riprovazione, fino ad accuse di collaborazionismo.

Arendt in La banalità del male  faceva un appello per lo studio della resistenza disarmata del popolo danese all’occupazione nazista. Un filone di studi ripreso in Italia da Anna Bravo in La conta dei salvati; La Resistenza taciuta; Donne e uomini nelle guerre mondiali. Persino la guerra di Resistenza italiana porta con sé un’ombra, lascia cicatrici, trasforma gli uomini in bestie. (Nuto Revelli). Nella nostra cultura giudaico cristiana la pace Shalom è intesa come pienezza di vita per tutti.  Anche Maria Zambrano richiamava alla pace: per lei entrare i uno stato di pace significava oltrepassare la soglia tra la storia, tutta la storia, fino a una nuova storia.

Un’autentica rivoluzione pacifica che ha segnata tanti grandi spiriti. Per la filosofa spagnola non ci sarà uno stato di pace, finché non sorgerà una morale indirizzata alla pace, finchè la guerra non sarà cancellata dai costumi, finché la pace non sarà una vocazione, una fede che ispira e illumina (Le parole del ritorno. Città aperta, Ed. Traina, 2023).

Il fascino irresistibile della guerra come lo definiva Jean Elshtain, politologa e femminista americana, l’isteria di guerra di cui parla Edgar Morin, continua invece a imperversare. Eppure il potere devastatore nella carne e nello spirito, della guerra/delle guerre si continua a combattere. Nonostante le profonde malinconie che accompagnano la distruzione. 

“Si ha tempo, si ha denaro, nessuna preoccupazione”, annotava Paul Klee nel suo diario di guerra. Le atrocità delle guerre del passato non sembrano esercitare nessuna inibizione neppure in prospettiva di una guerra atomica. Che fare, si chiede Maria Luisa Boccia. Prima di ogni altra cosa sottrarsi al fondamentalismo etico. Assumere invece la pluralità complessa delle differenze e delle voci, disponibilità a scambiare saperi ed esperienze e cercare insieme le risposte.

La politica femminista può insegnare molto: in tanti anni ha inciso sui rapporti di dominio senza ricorrere alla forza, modificando le esperienze e le relazioni umane, conquistando i cuori e le menti ma non esercitando il potere sulle vite. Vulnerabilità, relazioni, interdipendenza sono al centro del pensiero delle donne, un pensiero che trae forza dalle tante riflessioni di Simone Weil. Maria Luisa Boccia ripercorre le varie fasi e il pensiero che si è opposto alla guerra.

In Italia, Pietro Ingrao, Mario Tronti, Norberto Bobbio, che la filosofa fa dialogare con il femminismo, mettendo in discussione la tessitura storica e culturale dell’universalismo che ha caratterizzato l’Europa moderna per metterlo in connessione con la differenza/le differenze che purtroppo l’Occidente riconosce solo se è ridimensionata al proprio criterio di universale, alla propria umanità. Di fatto il ritorno alla guerra indica che la democrazia è malata.

Lo dicono gli studi di Ėtienne Balibar (L’Europa, l’America, le guerre), Rosi Braidotti in Guerre, identità, multiculturalismo in Europa, Jacques Derrida, Oggi l’Europa. Una serie di riflessioni in cui si sono ritrovate molte femministe della differenza quando hanno sentito l’esigenza di muoversi oltre il terreno dell’emancipazione, ovvero sull’inclusione dell’ordine patriarcale. Bisogna porsi oltre, dice Boccia, si tratta di passare da una logica delle identità a quella  delle differenze. Per dare concretezza al ripudio della guerra, diventa un imperativo costruire relazioni di differenze e fare di queste la trama riconoscibile e operante della vita sociale.

Tenendo sempre fermo il principio della nostra Costituzione che ripudia la guerra, non un semplice principio astratto, ma “un venire a patti” per sottrarre il conflitto alla distruttività della guerra.

“Per impedire che questa si insedi elle nostre menti e nei nostri cuori, per depurare ogni discorso sul conflitto, ogni ragione di lotta, ogni espressione di ostilità, dagli effetti devastanti causati dall’inimicizia dei corpi” (Maria Luisa Boccia) E’ dai corpi che dovrebbe ripartire una politica di pace. Mettere in scena i corpi per Judith Butler significa rivendicare lo spazio pubblico facendo saltare la distinzione tra gesti e comportamenti privati e le azioni politiche.

L’unica guerra vinta è quella in cui si smette di combattere, scriveva Rosa Mangini in La rivoluzione forse domani.

One comment

  1. Stefano Papa says:

    La guerra viene vista come un rischio per la sua capacità di avvicinamento al nostro spazio vitale. Di qui l
    Equivoco di prevenire ( con il motto latino sulla pace che si conquista con la guerra ). Di qui l idea illusoria che finché è lontana servirà alimentarla per che non si avvicini o perché finisca. Persino L idea di guerra immaginata serve a sdrammatizzarla , a tenerla nel
    Campo delle ipotesi , perché L umano deve soffrire sulla pelle per credere vero il dolore. Questo fa comprendere come si possa persino giocare alla guerra come facevamo da bambini e come si fa ora nelle simulazioni gioco in video / o nelle simulazioni digitali.
    Arrivo al tema del femminile come soluzione armonica , persino con L esperienza delle meditazioni di Depak chopra sul divino femminile. Il femminile ha la capacità di comprendere in sé la guerra. Soluzione non banale per evitare di illudersi che la distanza sia la soluzione del conflitto. Spegnere la distanza significa anche risolvere L enigma che tu “ sei lì e io sono qui “ principio della divisione della alterita e della differenza che crea la necessità di scontro.

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