di Gabriella Grasso
Antonio Caldarella è stato un artista quanto mai versatile: si è espresso nella poesia, nella pittura, nella scrittura teatrale, è stato anche attore e regista. Ha operato nella Sicilia orientale dalla fine degli anni Settanta in poi, nel pieno di quei fermenti che portarono novità e sperimentazioni, specie in campo teatrale e radiofonico, accanto a nuove consapevolezze, generazionali e collettive. Anni di impegno, di scrittura instancabile, di amicizie e collaborazioni.
La morte ha interrotto tutto questo troppo presto, ma Cardarella è stato comunque in grado di lasciarci un ricco patrimonio di idee e progetti, un saggio della sua profonda sensibilità e della dolce ironia con cui guardava e raccontava il mondo.
Cantore di sentimenti eterni e radicati (quella “social catena” di amicizie, sodalizi, affetti, di cui si nutriva la sua vita), si trova a vivere gli anni in cui avviene, in modo apparentemente indolore, il passaggio dall’epoca delle lettere d’amore a quella della comunicazione digitale e spersonalizzante: “La mia ragazza mi aveva lasciato / per un nuovo arrivato, uno del web-est / un pivello molto più giovane di me. / Non lo sopportavo / e mi rifugiai nella mia chat (…) chiesi uno Skinflix doppio, /mi servirono un Avatar caldo e senza ghiaccio” e via proseguendo, con sottile ironia.
Un mondo che sta cambiando rapidamente, in cui l’artista esprime il proprio disorientamento, senza rinunciare a uno sguardo critico, talvolta beffardo, talvolta tenero, verso ciò che lo circonda. La sua poesia si snoda tra l’intensità a volte esondante del sentimento, registrato nella purezza del suo nascere, e la consapevolezza amara di un’altra realtà, accovacciata dietro l’apparenza, pronta a svelarsi nel suo lato aggressivo. “Mi chiedi due parole / una dedica /per un evento importante della tua vita / ma non faccio più la radio, / ma la radioterapia / ed ogni giorno è un giorno importante / in cui aspetto l’alba / con la scusa di un nuovo amore. / Sono ascendente cancro e discendente di un DNA / che mi ha lasciato un cancro in eredità”. L’amore è esperienza totalizzante e quasi panica: “Ho bevuto un frullato di stelle / quando la tua mano / s’è poggiata sulla mia nuca. / Un vortice di desiderio / ha aperto tutte le porte ancora chiuse / e tolto tende / a tutte le finestre sul mare”.
Tuttavia, porta con sé un carico di dolore: “La cura per gli amori / come per le parole / è non cercarle. / Arrivano da noi dopo un lungo viaggio / ti racconteranno loro / e tu allora saprai”. Il tema del sentimento si intreccia spesso con quello del viaggio, ricorrente nella poesia di Caldarella e declinato nei suoi risvolti sentimentali, esistenziali o come esperienza estetica. Spiagge, conchiglie, arance, rose, nuvole popolano la poesia dell’autore, piccoli oggetti da niente, generosi di profumi e di vita, che si concede mentre si nega, malinconicamente: “Uno strano profumo / di zagara e ulivo /e carrubba seccata / e verdello e salvia / mi confonde il torace. / Appoggiata all’ibiscus / pare la sera di tulle e rame”.
Accanto agli spazi, l’altro protagonista è il tempo, traditore, inaffidabile e al tempo stesso forziere, foriero di nuove promesse: “Hai perduto. Tutto è perduto” / Hai perso tutto. Stai per trovare (…) Ho perso. Tutto è perso. Ascolto il nuovo. / Un masso, una montagna, un promontorio”. Lo sguardo è sempre vigile, quasi cinico, e al contempo pronto ad aprirsi allo stupore, alla gratitudine: “Che piccola vita abbiamo / fatta di sperma, piscia e nascondimenti. / Di mutilazioni del corpo e dell’anima. / Che piccola vita abbiamo / funamboli della mollica / e della tela del ragno.”
Infine, pilastro centrale della poesia di Antonio Caldarella è l’impegno, sganciato da ipoteche ideologiche o confessionali, ma vissuto come espressione di autenticità, attraverso la scelta di scrivere, di fare radio, di fare teatro, e, prima ancora, di vivere pienamente ogni esperienza, anche i tabù del dolore, del rifiuto, delle attese deluse, dell’incapacità (in apparenza paradossale) di dire tutto: “ Ci sono cose / che non diremo mai / e che saranno luce e buio / solo per noi”.
Alcuni testi (da “Minuscola briciola”, 2015)
Disertare la vita quotidiana
Disertare la vita quotidiana.
Abitare il deserto dei tartari.
Un assalto improvviso,
vomitato da una nuvola.
Difendere la postazione
dello sterno,
finché non sia spenta
anche l’ultima luce dello schermo.
Leggere tutti i titoli di coda.
Tutti, fino a THE END.
E non verrà l’amore con te
E non verrà l’amore con te
almeno stasera
e le risate
che spappolano i cuscini
non verranno neanche
come il seguire la tua schiena
vertebra per vertebra
e non verrà l’amabile voglia
dello schernirsi a distanza
forse troppo distanti
molto più in là di un domani
e quasi a un arrivederci.
Voglia di venire
nella stazione dei tuoi desideri
ed invece rimango sulla giostra.
Non voglio scendere
e non voglio vincere
nessun peluche
e non voglio tirare palle ai pesci
o salire sui dischi volanti
voglio solo ridere di me
che grido sulle montagne russe
dei miei pensieri sbalzati
sulla ferrovia dell’Up and Down.
Non voglio scendere
e neanche salirti sulle trecce,
i balconi vanno bene per i gerani
io sono stato già piantato
e fuori come un balcone.
Non voglio scendere
dal treno di seconda classe
che non arriva prima
ma ti parla di persone
dalle valigie pesanti
ed ora viaggiatori leggeri.
E non verremo
sorpresi senza biglietto in tasca
e non verremo sorpresi
senza palle di Natale
e petardi di Capodanno.
Voglio solo festeggiare il tuo compleanno
senza augurarti il viaggio
che non partiremo.
Chiedo perdono,
sempre persi i treni.
Che piccola vita abbiamo
Che piccola vita abbiamo
fatta di sperma, piscia e nascondimenti.
Di mutilazioni del corpo e dell’anima.
Che piccola vita abbiamo
funamboli della mollica
e della tela del ragno,
scienziati del nascondimento
eroi della bugia, del non guardare negli occhi
tanto…chi ci ammazza a noi?
Siamo già morti.
Lapidi di viaggi, amori e sogni
ladri di un futuro, ammanettati subito
al primo desiderio.
Che piccola vita abbiamo
così piccola, da sembrarci enorme, infinita
così piccola, da sembrarci la nostra vita.
Che grande vita,
che bella vita, per questo non è finita.
Che grande, piccola vita.