Erika La Ragione e le donne libere dello Spazio Donna Zen

a cura di Ivana Margarese e Nina Nocera 

Conversiamo con Erika La Ragione, attrice e regista teatrale, curatrice di “LIBERE” lo spettacolo che conclude l’esperienza del laboratorio teatrale dello Spazio Donna Zen,  al quale hanno partecipato le donne del quartiere palermitano, andato in scena – per la prima volta – al Teatro della Chiesa San Filippo Neri e in  replica a Capaci per l’apertura della manifestazione “Muliebris_festival dei diritti delle donne”.

Il titolo evoca la scelta di campo, oltre che la tematica dominante, improntata alla libertà creativa e alle energie positive  che si sprigionano attorno a un progetto di espressione teatrale costruito dalle donne del quartiere.

Nina: Nell’attuale panorama culturale – mi riferisco in particolare all’ambito teatrale -l’esperienza dello Spazio Donna Zen riflette l’esigenza di creare un ponte tra società civile e arte, condividendo e fondendo socialità e spettacolo, spazio collettivo e personale .Lo spettacolo racconta un vissuto di storie che ci restituiscono la poesia dei quartieri “difficili” coniugata alla capacità di toccare temi che partono da un vissuto personale, per diventare parte di una narrazione universale. Quanto e come ha inciso l’esperienza del teatro nella vita delle donne coinvolte? Cosa ha significato mettersi in gioco in maniera così profonda e autentica?

 Erika: Lo spettacolo “L I B E R E” nasce dal laboratorio di teatro che quest’anno ho condotto allo Spazio Donna Zen, che nel 2024 compie dieci anni, dieci anni di attività continua e costante in cui le operatrici non si sono mai arrese, un esempio di resistenza, forza e coraggio. Con la tua espressione “poesia dei quartieri difficili” centri proprio l’essenza del mio lavoro, ritengo che ogni essere umano, che viva o meno in contesti difficili, abbia dentro una sua poesia e un’incredibile bellezza, poesia e bellezza di cui tutte e tutti siamo portatori sani, ed io con il mio lavoro cerco di tirarle fuori. Ad uno degli incontri abbiamo lavorato su una poesia di Gianmaria Testa,La bellezza esiste”, frase che è diventata il nostro motto alla fine di ogni incontro e prima di andare in scena, insieme all’importantissimo “Merda, Merda, Merda!!!”.

Sicuramente i contesti popolari e periferici hanno una teatralità diffusa e più accentuata, avevo sempre con me un quaderno in cui appuntavo frasi, battute, sogni, speranze che poi a poco a poco sono diventate le otto scene dello spettacolo.

Penso che l’esperienza teatrale di quest’anno abbia inciso molto positivamente nella vita delle donne coinvolte donando loro una maggiore fiducia in se stesse e nel gruppo, accrescendo la loro autostima. Durante gli incontri le donne si aprivano sempre di più lasciando vedere in tutta onestà chi erano e cosa volevano, ho sempre apprezzato la loro autenticità e sincerità. Quasi tutte erano al loro debutto teatrale e in alcune scene hanno interpretato se stesse, il ruolo più difficile per un’attrice/attore,  interpretare un personaggio è più facile in quanto ti protegge non facendo capire chi davvero sei, e loro si sono messe in gioco in modo straordinario, e grazie al processo laboratoriale durato dieci mesi in cui si sono analizzate e affrontate anche le loro paure e angosce, hanno  superare la prova di esibirsi davanti a un pubblico numeroso in maniera a mio parere sublime, riuscendo ad ottenere quell’unione tra processo e prodotto artistico finale che nel mio modo di lavorare è molto importante. Spesso si pensa che il teatro sociale non debba essere anche bello, invece per me è essenziale coniugare etica del processo ed estetica del prodotto e dare al teatro sociale la sua dignità estetica. 

 Ivana: L’ascolto dei vissuti e dei desideri delle donne, che animano ogni giorno lo Spazio Donna Zen, immagino sia stato fondamentale nel progetto del lavoro teatrale. Quanto questa fase di ascolto reciproco è stata preziosa? Cosa è emerso e cosa hai e avete scelto di mettere in scena?

 Erika: L’ascolto dei vissuti e dei desideri delle donne sono stati fondamentali nel lavoro teatrale. Sin dal primo incontro avevo sempre con me un quaderno in cui appuntavo le cose che mi colpivano maggiormente, come la frase “Non avevo stima di me, non credevo in me, qui ho trovato la luce” che poi è diventata parte della drammaturgia insieme ad altre frasi ed episodi venuti fuori durante il nostro percorso.

Non sono arrivata allo Spazio Donna con un’idea precostituita e confezionata, con un copione già scritto da mettere in scena, non è nel mio modo di lavorare e penso anche sia più semplice scegliere un testo e rappresentarlo, per me è una sfida anche il tema che si affronterà e il modo in cui viene sviscerato, mi piace analizzarlo insieme a3 partecipant3 del laboratorio, facendo anche degli esercizi di scrittura creativa e chiedendo loro di svolgere dei piccoli compiti che servono a me per capire sempre di più chi ho di fronte, chi sono, cosa vogliono, cosa desiderano. Nella costruzione del copione sono partita dalle donne e dai racconti delle operatrici dello Spazio Donna, all’interno dello spettacolo c’è anche un’intervista che ho fatto a Lara Salomone, la presidente di Hàndala, l’associazione che gestisce da dieci anni lo Spazio Donna Zen, e  che mi ha dato l’opportunità di condurre il laboratorio di teatro.

Nina: Come hai affrontato il ruolo di regista in questo contesto? Ci sono stati momenti in cui hai incontrato difficoltà o resistenze?

Erika: Una piccola premessa sulla mia formazione. Nasco attrice, sono diplomata alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino, ma ad un certo punto del mio percorso artistico sentivo che mi mancava qualcosa, che non mi bastava stare in quinta ad aspettare il mio ingresso in scena, fare solo provini e casting. Sentivo di tenere tra le mani una ricchezza che andava condivisa, il teatro è un meraviglioso strumento di conoscenza di se stessi e della realtà che ci circonda, e ho sempre avuto una predisposizione per l’impegno sociale, così a 25 anni mi sono iscritta anche al corso di laurea in Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino per indagare l’aspetto educativo e pedagogico e poterlo applicare alla mia  parte teatrale. Dunque ho quella che si chiama doppia competenza, artistica ed educativa, che per agire nei contesti difficili ritengo sia fondamentale, e non sempre è richiesta e magari alle volte ci si improvvisa conduttori di teatro sociale. Questo per dire che ho studiato sodo per raggiungere i miei obiettivi e l’esperienza di quest’anno allo Spazio Donna Zen si va ad aggiungere ad altre esperienze di conduzione di laboratori con non professionisti, ma sicuramente è stata finora per me la più importante perché mi ha permesso di agire in maniera costante e continuativa con un gruppo di donne di un contesto difficile come quello dello Zen che non offre tanti spazi di socialità e aggregazione, e il cambiamento avviene proprio nella costanza, spesso invece i ritmi dei laboratori teatrali sono scanditi da ore terminate le quali il cambiamento in atto si interrompe, e a quel germoglio di bellezza seminato non si permettere di sbocciare e fiorire.

Per quanto riguarda i momenti di difficoltà e resistenze, imposto tutta la prima parte del lavoro sul creare un ambiente ottimale e piacevole in cui ci sia una fiducia reciproca tra conduttrice e partecipanti e in cui ci si possa sentire davvero libere di essere se stesse, senza imbarazzi e senza giudizio. Questo ha permesso di arrivare senza eccessive difficoltà alla preparazione dello spettacolo e alla sua messinscena che sicuramente è un momento che può generare ansie e tensioni. Certo, ce ne sono state, ma l’aver costruito un terreno precedente di fiducia nei miei confronti ha permesso di affrontarle senza problemi.

 Ivana: Ho conosciuto le donne dello Spazio Zen due anni fa durante una visita con la mia classe quinta per un progetto scolastico. Sono rimasta incantata dal loro spontaneo talento espressivo e dalla capacità di coinvolgere gli studenti. È stata una giornata memorabile che mi ha anche fatto riflettere su quanto avrei potuto imparare da queste donne in termini di coraggio e ironia. Ti chiedo quindi cosa hai imparato tu a livello di esperienza personale ( e professionale)?

Erika: Sì, sono delle donne meravigliose e per me è stato un onore conoscerle e poterle condurre per mano sulla scena. Mi hanno permesso di vedere tutta la loro bellezza e poesia, ognuna a suo modo, uniche nella loro diversità. Lo spettacolo ho deciso di chiamarlo “L I B E R E” perché nei mesi trascorsi le parole libertà, libera, libere, sono quelle che sono venute maggiormente fuori. Le donne che frequentano lo Spazio Donna Zen sono delle donne che hanno conquistato a poco a poco la loro libertà, che settimana dopo settimana si prendono cura di loro se stesse e lo fanno insieme alle altre in un luogo che per loro è ormai casa. Dunque queste donne mi hanno insegnato che bisogna prendersi i propri spazi di libertà, che quando entro allo Spazio Donna lascio un po’ le preoccupazioni fuori e mi godo le attività proposte che iniziano tutte con una bella tazza di caffè che ci gustiamo in tutta calma e serenità. Mi hanno anche insegnato che non c’è fretta, che bisogna rilassarsi e ridere, ridere tanto, come solo le donne sanno fare quando stanno insieme. Penso anche di aver migliorato la mia capacità di ascolto dei bisogni di una comunità teatrale, di analisi di una situazione, con lo scopo di far vivere in maniera più serena possibile un’esperienza. Dunque sia dal punto di vista personale che professionale mi hanno insegnato molto, sono il mio piccolo tesoro che custodirò per sempre nel cuore.

 Ivana: Vorrei chiederti come nasce l’incontro con la Consulta di Capaci e il Festival dei diritti delle donne, Muliebris?

Erika: Fiorenza Giambona, Assessora alla cultura e alle pari opportunità di Capaci, è stata attratta dai post, dalle foto e dai video pubblicati sulle pagine social dell’Associazione Hàndala. Da lì l’incontro con noi e la proposta di aprire con il nostro spettacolo la quarta edizione del Muliebris, festival sui diritti delle donne.

Le donne hanno debuttato il 9 luglio presso il Teatro della Parrocchia San Filippo Neri davanti un pubblico di duecento persone, composto da abitanti del quartiere Zen e persone venute appositamente dal centro della città per assistere allo spettacolo, e nella stessa settimana hanno replicato il 12 luglio a Capaci, in un palco allestito in piazza all’aperto, un’altra grande prova per un gruppo di donne non professioniste. In entrambe le repliche sono state bravissime.

 Nina: Pensi che questo progetto possa diventare un laboratorio residenziale per continuare proficuamente l’opera di riqualificazione del quartiere? Avete altri progetti in cantiere?

Erika: Abbiamo intenzione di portare lo spettacolo in tournée, devo giusto partorire un bimbo, Diego, al quale sto già insegnando l’arte della poesia e della bellezza, e che ha un sacco di zie pronte ad accoglierle allo Spazio Donna Zen. Io mi occupo in particolare di teatro comunitario che nasce in Argentina, a Buenos Aires  nel 1983, all’indomani della dittatura militare appena conclusa. Ha alla base l’idea che tutti possono fare teatro e recitare, e non solo gli attori professionisti perché tutti abbiamo un bisogno di espressione che va soddisfatto. Il teatro è inteso come strumento di trasformazione sociale e attiva processi di coscienza collettiva. La mia esperienza  come artista, conduttrice di laboratori di teatro e regista nasce a Torino con la compagnia assaiASAI e con Paola Cereda che reputo la mia mentore e mi ha formata come operatrice di teatro sociale. Dopo 14 anni ho deciso di fare ritorno a Palermo, nella mia città natale per la quale nutro un amore viscerale, proprio per contribuire anch’io al cambiamento sociale, già in atto da anni, di questa nostra meravigliosa città, la mia forza è il teatro, credo nelle collaborazioni e nella condivisione. Dunque mi auguro di poter continuare a seminare bellezza e poesia a Palermo.

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