Cadiamo nel byt’ di Anna Achmatova
di Emilia Pietropaolo
Mentre aspettavo il libro, stavo a Barcellona. Nel frattempo, passano i mesi, e io, questo libro, non riuscivo a leggerlo, dentro di me, aspettavo il momento e lo spirito giusto. Il momento giusto per dedicarmi a lei, ad Anna, è arrivato, l’altro ieri, in un momento un po’ così. Non sarà una recensione canonica, dato che ci sto mettendo (anche) del mio. Ma è quello che fa anche Nori: ci mette del suo, e non a tutti piace. Ma a me sì. Non vi dovete aspettare una biografia, un memoir su Anna Achmatova, è qualcosa di più: è stare dentro il mondo di Anna.
Io e Nori abbiamo qualcosa in comune: amiamo entrambi Dostoevskij, con la differenza che su di lui ci ha scritto un libro, mentre io una tesi. E se lui ha scritto una tesi intensa su Velimir Chlebnikov, io l’ho fatto su Dostoevskij e sull’Idiota. Su quest’ultimo, Nori, se non fosse stato per la cancellazione delle “cinque lezioni” alla Bicocca, avrebbe fatto una lezione anche sull’Idiota, e io ben volentieri, l’avrei ascoltata. Il sottotitolo che Nori aggiunge: “noi e Anna Achmatova”, quando l’ho letto, ho pensato che “Noi” in russo si dice “мы”, e questa parola per pronunciarla, l’associo a souvenir, non chiedetemi perché, ma alcune parole in russo le associo a qualche altra parola che non c’entrano niente.
Ecco cosa fa Nori, immette in Anna Achmatova, il suo byt’, per farci comprendere meglio Anna, la sua vita, e la guerra. Il Noi del sottotitolo siamo noi. Dal momento della guerra in Ucraina: tutto è cambiato. Io che ho un tatuaggio dietro la schiena: la cattedrale di San Basilio, e un altro dietro al braccio, una scritta in cirillico “Sognatore”, da quel momento in poi, la gente mi chiedeva di non parlare della Russia. Mi chiedo e se lo chiede anche Nori, come si fa a rinunciare alla Russia?
“Come faccio a rinunciare alla Russia, con tutto il male che ho patito, in Russia? eh, come faccio?” (44)
Nori ci parla di Anna, della sua vita, del suo byt’ quotidiano, ci parla di suo figlio Lev e delle sue numerose relazioni come con Lev Gumilёv, di come lei fosse ‹‹qualcosa di raro››. E commuove la scena dei vari tentativi di Lev Gumilёv di ricevere come risposta Sì alla sua proposta di matrimonio, dato che lei ‹‹rifiuta per due volte››. Mi ha fatto pensare alla scena di Darcy e Elizabeth di Pride and Prejudice di Jane Austen, dato che anche Darcy viene rifiutato da lei, per poi accettare in seguito la proposta.

Dal momento in cui apro il libro con questo titolo che incute un po’ di timore, tratto da una poesia di Anna, vi avverto che vivo per l’ultima volta, la prima cosa che leggo tanto da farmi trascinare nel suo mondo è questo: “era una di quelle donne che, quando sono presenti in una sala, sembra che non ci sia altro, solo lei”(14). Io me l’immagino Anna che entra in una sala e tutti si girano a guardarla, me l’immagino in epoca di “censura” di scrivere i versi su un foglio e parlare di tutt’altro, per non farsi scoprire.
“[…] e si mette a scrivere Requiem, o piuttosto a pensare Requiem, non si azzardava a scriverlo perché aveva paura che glielo sequestrassero. Allora aveva chiesto aiuto a delle amiche. Una di queste, Lidija čukovskaja, racconta come faceva: Anna Andreevna, quando veniva a trovarmi, mi recitava versi di Requiem in un sussurro, ma a casa sua, alla casa sulla Fontanka, […] nel bel mezzo del discorso, si interrompeva e, indicandomi con gli occhi il soffitto e le pareti, prendeva un pezzo di carta e una matita; poi diceva ad alta voce qualcosa di molto frivolo: volete del tè? oppure come siete abbronzata!, scriveva velocemente fino a riempire il foglietto e me lo porgeva. […].” (34)
Paoli Nori rende grazia ad Achmatova, parlando non solo della sua vita, ma anche del suo legame con Leningrado, a come vivesse le sue giornate, a scrivere, e a cercare di capire come sopravvivere e al suo modo, anzi, alla sua concezione dell’amore, di come lo vivesse, era letteralmente avanti, era moderna. In realtà non bisognerebbe parlare di lei al passato, come se fosse morta, perché lei non è morta, come non è morto Dostoevskij.
Sebbene io ami la prosa, a differenza della poesia, mi commuove leggere i suoi versi.. È questo che fa la letteratura russa: ti fa diventare pazza, in momenti tristi, ricerchi ancora di più quell’ “O skorbnoj i vysokoj žizni” (di questa vita orribile e meravigliosa) della traduzione (una poesia che Achmatova scrive nel 1940, subito dopo la morte di Michail Bulgakov) che Paolo Nori definisce “forzata”, invece, io l’ho trovata bellissima.

Avanti e indietro, tra l’Ucraina e Italia, dal 1889 al 2023, uno spazio temporale lunghissimo, un’analessi piena di vita, non solo di Anna, ma anche degli altri scrittori e poeti, Majakovskij, Pasternak, Chlebnikov, e della vita stessa dell’autore, del suo amato tempo passato in Russia. Non è una biografia del tutto canonica, no, perché Nori parla di Anna, parlando anche di sé, parla di lei, anche attraverso degli altri scrittori che l’hanno venerata e amata/o non amata.
Non si può dimenticare la scena di quando Osip Mandel’štam è ‹‹scoppiato a piangere›› di fronte a lei, quando ha iniziato a declamare Dante in italiano (entrambi amavano l’Italia e Dante).
“Lei declamava Dante in italiano, Mandel’štam è scoppiato a piangere e le ha detto: mi scusi. La sua voce, Pietroburgo, e Dante, tutte e tre insieme, è un po’ troppo” (16)
A leggere Vi avverto che vivo per l’ultima volta, non ci si perde solo nelle sue nozioni biografiche, ma si cade col culo a terra nella casa, in quel suo Byt’ di Anna.
Мужество
Мы знаем, что ныне лежит на весах
И что совершается ныне.
Час мужества пробил на наших часах,
И мужество нас не покинет.
Не страшно под пулями мертвыми лечь,
Не горько остаться без крова,
И мы сохраним тебя, русская речь,
Великое русское слово.
Свободным и чистым тебя пронесем,
И внукам дадим, и от плена спасем
Навеки.
Il coraggio
Sappiamo ciò che sta sulla bilancia,
ciò che oggi si compie. L’ora del coraggio
è suonata sul nostro orologio
e per noi non passerà mai più
Non ci spaventa cadere
Sotto il piombo, restare senza tetto:
noi salveremo la russa favella,
l’altissimo verbo russo.
Lo porteremo puro e libero
Ai nipoti: mai sarà prigioniero,
mai più.
(trad. Raissa Naldi, 121)