a cura di Lucrezia Lombardo

Uno dei “luoghi” più contesi dalle odierne lotte biopolitiche è senz’altro il corpo femminile. Corpo rivendicato dalle donne occidentali come possesso personale e fonte di autodeterminazione, corpo ostentato dai mass-media nella recente propaganda che ipersessualizza i soggetti e li approssima a immagini virtuali androgine, corpo neutralizzato da varie ideologie che, in nome dell’eguaglianza, ritengono che la maternità possa essere espropriata alla donna viva, per farsi collettiva e universale. Pur nella differenza di visioni di cui sono portatrici, queste prospettive condividono un interesse morboso per il corpo della donna, fenomeno che richiede un’interrogazione profonda.
Scrive infatti Emilia Pietropaolo, autrice del bellissimo libro La (s)comparsa della madre (Divergenze 2024), che «nella fiction e in una realtà narrativa piena di riferimenti a quella naturale, il corpo femminile non è libero dal controllo degli organi del potere, avendo in sé la capacità di mantenere la specie.»
Pertanto, mentre dall’altra parte del mondo i corpi femminili vengono mutilati o censurati in nome di fanatismi religiosi e politici, in Occidente, le donne sono soggette a una nuova forma di controllo di tipo demografico e kratoscientifico, che, allo scopo di mantenere la specie, si avvale di una propaganda oggettificante, che riduce la donna alla vagina, la vuole magra e perennemente giovane, oltre che seducente, come se l’esistenza di costei si esaurisse nell’appagamento del desiderio sessuale.
La storia -del resto- insegna che la demografia è, da sempre, una disciplina politica, che plasma società ed economia. Tale disciplina ha potenziato il proprio ruolo nel contesto biocapitalistico odierno, entro cui i corpi e le menti sono concepiti come risorse da spremere, per mandare avanti il profitto materiale e immateriale. In tal senso, il corpo femminile, in quanto sede della vita e luogo di natalità, è conteso dai poteri che gestiscono le nostre società affamate di controllo e, soprattutto, di manodopera a costo zero.
Nel suo libro La (s)comparsa della madre, dunque, l’autrice percorre analiticamente l’evoluzione del significato di “maternità”, esplorando opere che di tale tema si sono occupate e affrontando, senza timori, anche le più recenti teorie distopiche, che concepiscono la maternità come un dovere sociale nei confronti della demografia politica e come prerogativa da estendersi anche al maschile mediante uteri artificiali.
Ciò che emerge, nel corso di una lettura che si fa via via teoretica, è l’arduo percorso evolutivo a cui la maternità è stata sottoposta e, con essa, il corpo delle donne. Quest’ultimo, nello specifico, è tematizzato dall’autrice come territorio conteso e del quale le donne stesse -e soltanto loro- sono chiamate a riappropriarsi. Difatti, la condizione femminile è costantemente esposta alla subordinazione, proprio per la potenza esplosiva che dimora nella donna: unico essere in grado di generare e di dare forma in se stesso all’altro da sé.
Come svela La (s)comparsa della madre, ogni volta che si tenta di riprodurre il meccanismo misterioso della maternità in modo artificiale e denaturandolo, ci s’imbatte in mostruose imitazioni, che si legano a deliri politici totalitari e violenti.
La (s)comparsa della madre è quindi un testo profondo e capace -come pochi altri- di analizzare, al di là delle ideologie, non soltanto la maternità, bensì la questione di genere e il tema dell’infanzia e della sua tutela psico-fisica.
Con uno stile diretto e crudo, ma al contempo elegante, Pietropaolo decostruisce il concetto di “maternità” a partire dalla carne: dimensione brutalmente materiale, da cui prendono avvio le odierne battaglie di potere. Il concetto di “carne”, difatti, è stato approfondito dal filosofo Maurice Merleau-Ponty, che lo impiega allo scopo di approdare a un orizzonte anti-dualistico e in cui la contrapposizione tra corpo e mente venga risolta e, con essa, il domino sul vivente.
Percorrendo le tappe di un complesso dibattito, il libro prende perciò le mosse da una prospettiva comparativistica, nel corso del primo capitolo, per approdare, nei capitoli successivi, a uno svisceramento radicale della questione della maternità in relazione al corpo della donna.
Corpo che, da individuale, si fa sempre di più sociale e oggettificato, e che, per tale motivo, necessita di un pensiero radicale che lo tuteli e lo protegga dalle manipolazioni e dalle sperimentazioni biopolitiche. E, quel pensiero radicale, non potranno che partorirlo le donne.
Come scrive difatti l’autrice:
«Nella società dell’imperialismo tecnologico la libertà presume una manipolazione, ed amministrare le nascite e colei che vi provvede è amministrare pure la coscienza civile, la quale invece dovrebbe essere condizione primaria della libertà. L’importanza della madre per l’umanità trascende la ragione, perciò l’apparato del potere tiene in piedi un ordine antagonista a quello organico-naturale, in netta disarmonia con la trasfigurazione da esso operata».
La società ibrida e artificiale dei nostri tempi, allora, altro non è che la tetra imitazione dell’ordine di natura, il solo capace di generare misteriosamente la vita al di là di ogni riduzionismo materialistico. Di contro, laddove tale ordine organico-naturale, con le sue leggi, è stravolto, non resta che un vuoto delirio d’onnipotenza teso a inseguire una cibernetica immortalità terrena, il cui esito non potrà che essere mostruoso.