di Andrea Comincini

È appena uscito per la collana Sarvatā, diretta da Laura Liberale, un libro che merita una particolare attenzione. Si tratta de La tempesta e l’orso, (Industria e Letteratura. 2024) di Claudia Boscolo, studiosa di lungo corso di italianistica e storia medievale, nonché docente presso i licei trentini.
Il saggio va letto attentamente per diverse ragioni. Prima di tutto, racconta di un evento cancellato ormai dalla memoria collettiva e catodica, ma non da quella degli abitanti del luogo, costretti ancora a farne i conti. Si tratta della tempesta Vaia, che ha colpito la regione e mezza Europa devastando completamente il territorio e causandone una gigantesca devastazione, nel 2018.
Tonnellate di alberi sono stati abbattuti, tanto che 4700 ettari di bosco tra il Veneto e la linea austriaca sono spariti (un campo da calcio misura 0,7 ettari). Questo evento, da alcuni ingenui considerato casuale, nasce in realtà molto lontano, addirittura nel 1917, e il fato centra poco.
Quando, dopo le trincee scavate durante la Grande Guerra e la tragica devastazione bellica, si cominciò a rimpolpare il terreno con una vegetazione inadatta, non si tenne conto del delicato equilibro ecosistemico della zona. La distruzione del pianeta, da molti considerata o flagello soprannaturale o invenzione giornalistica, ha invece una precisa origine ed è tristemente concreta: l’essere umano e la sua cecità.
Nell’epoca dell’Antropocene, sostiene Boscolo, in un tempo in cui: “è difficile concepire la vita umana al di fuori dell’unica griglia di riferimento, quella del libero scambio di merci, anzi, al di fuori dell’idea stessa di merce”, le persone osservano un bosco pensandolo in termini di produttività di legname, turismo da sfruttare, o come ostacolo a un bel viadotto o a una pista da sci.
Questo modo di osservare il mondo rivela una sconfitta culturale e ideologica: il legame tra noi e la natura, specialmente tra noi e i boschi e le sue creature, viene raccontato con una profonda partecipazione. L’assenza ormai del Sacro (si intenda per sacro non una religione ma un atteggiamento di misterioso rispetto per l’Altro) ha ridotto tutto a merce, spezzando il legame tra uomo e ambiente. In questa debacle storica si inserisce anche il racconto dell’orso M49, e della sua tragica fine.

Le cronache hanno trasformato un animale fondamentalmente innocente in un mostro sanguinario, riducendolo prima a una sigla, poi rendendolo un “parafulmine emotivo” per dar sfogo alle pulsioni di una comunità incapace di gestire, attraverso i suoi rappresentanti, i problemi reali del territorio, la cui storia è millenaria e affatto scontata. Claudia Boscolo racconta di culti antropomorfi, grandi divinità, di battute di caccia e leggende (affascinanti le pagine dove spiega l’idea culturale coltivata nella mente da Carlo Magno) e ricorda quale sia il tremendo dramma che facciamo finta di non vedere: la distruzione commerciale del pianeta.
Per quanto riguarda le terre in cui vive, lo scempio si è manifestato con la creazione di un turismo di massa non sostenibile e volgare, incapace di valorizzare davvero il territorio ma abilissimo nell’offenderlo nuovamente. Anche le belle sculture come il drago di Vaia, prodotto con la legna spezzata e rimasta al suolo, sono state presto trasformate in una “occasione per far business”.
Insomma, ci troviamo davanti a finte politiche del territorio, ma di fronte a “retoriche del neoliberismo che creano identità posticce e non comunità, perché fare comunità significa immaginarsi nel tempo e nello spazio come parti integranti di un ecosistema”.
Vi è ancora almeno un aspetto che vale la pena sottolineare di quest’opera. Si tratta di una seria denuncia, mai chiassosa o retorica, di una nostra dimenticanza collettiva: una parte d’Italia non viene ricordata con la dovuta attenzione nelle cronache nazionali, almeno non per troppo tempo, facendo intendere che tutto sia stato accomodato o la situazione sia sotto controllo.
La verità è altrove: in ogni regione dove ci sono state delle catastrofi, nulla si è fatto per arrivare a una soluzione volta a garantire una convivenza sostenibile tra uomo e ambiente, ma si è proceduto – e si procede – avendo come stella polare soltanto il profitto economico. Insomma, non si cerca una guarigione per ritrovare un equilibrio, ma per poter risfruttare al massimo delle terre troppe volte compromesse.
Un libro importante quindi, da leggere anche per la volontà dell’autrice di provare a unire il saggio con il racconto. Esperimento pienamente riuscito, tanto che il lettore troverà davanti ai suoi occhi una scrittura accogliente e delicata, amorevole e nutriente, ma ferma e irremovibile davanti alle doverose denunce impossibili da mascherare. Di fronte alle tempeste in arrivo non bisogna tuttavia demoralizzarsi, ma affrontarle con lucidità: soltanto attraverso una politica in cui uomo e natura non vivano in una relazione verticale ma orizzontale si potrà guardare con speranza al prossimo secolo.

Un ritratto dell’autrice, Claudia Boscolo