L’esclusione e l’inclusione dei personaggi Dostoevskiani

 

di Emilja Pietropaolo 

Il baricentro di questo articolo non si concentra sulla vita dell’autore moscovita Fëdor Michailovič Dostoevskij, bensì sulla sua malattia, ossia il “mal caduco”, e di come l’autore utilizzi l’epilessia come funzione narrativa. In una lettera del 9 novembre 1856 (Lettere, Saggiatore, 2020) siamo a conoscenza di come il “morbo sacro”, influiva sulla sua “memoria” e sulle “facoltà” fino a farlo impazzire, portandolo anche a chiedersi che tipo di ufficiale poteva essere. Questo chiedersi che tipo di persona potevi essere con una malattia mentale come l’epilessia che, anticamente veniva visto come un male generato a causa di una punizione divina, è un interrogativo che si pongono tutti i suoi personaggi.

Fotogramma della serei Idiot, 2003 (serie) di V. Bortko, Evgeny Mironov (Myskin) vladimir Mashkov (Rogozin)

È anche la sua seconda moglie Anna Snitkina nel suo Dostoevskij mio marito (Bompiani, 1991) a parlare della sua invalidante malattia, che lo portava a stare “più di due ore senza conoscenza”, come accade ai suoi personaggi. Dostoevskij utilizza la sua malattia, questo “mal caduco” che lo portava a stare per ore senza conoscenza, nelle sue opere come espediente narrativo, in qualche modo, cerca di far “conoscere” gli effetti debilitanti dell’epilessia, e di come questa, non abbia fermato la sua creatività. “L’epilessia è un male incurabile con cui bisogna convivere per tutta la vita e in cui ogni attacco è simile alla morte” questo dice Dostoevskij, sottolinea un aspetto importante del male sacro, vale a dire che ci doveva convivere per tutta la vita. Questo mette in evidenza che Dostoevskij non ha mai provato a cancellare le tracce del suo male, o a trovare una soluzione, piuttosto la sfrutta per la sua creatività, per creare personaggi memorabili come il principe Myškin, Murin e Odynov.

 

Per Dostoevskij la malattia:” è una gioia che porta in sé un’angoscia, un peso e una tenebra; […] l’immagine della vita terrena, bellissima e colpita dal germe della corruzione; quell’alterazione della gioia che è concessa all’uomo che rimane con il Cristo Morto” (Kasatkina, 2012)

 

È una malattia “divina” che lo porta ad indagare  sé stesso, nel germe della corruzione, nel sottosuolo, non è un male alla quale bisogna trovare un riparo, piuttosto uno spazio dove farla emergere, più che esclusione, è inclusione, la disabilità intellettiva come l’epilessia.

La disabilità intellettiva che sia visibile o invisibile, è comunque un germe che contiene in sé qualcosa di diverso rispetto ai normodotati, e una malattia debilitante che attacca il cervello come l’epilessia, è in alcune culture come nella “tribù Wapogoro”, “qualcosa di drammatico, spaventoso e inspiegabile, di uno spirito che si è impossessato del paziente” (M. Oliver, 2023) è ciò che accade ai personaggi dostoevskiani, cioè che vengono “colti” da un attacco, in una situazione che potrebbe sembrare fuorviante in una certa situazione.

È proprio in quella situazione che Dostoevskij fa emergere un dettaglio definitivo e rilevante per la prossima scena, come l’uso significativo dell’avverbio “Vdrug”, di cui fanno uso  anche Gogol e Puškin, sebbene in una funzione diversa.

I personaggi creati da Dostoevskij possiedono il germe della sua malattia;  questa significativa malattia neurologica, può dare l’idea di sembrare dei fenomeni da baracconi, dei freak show, degli esclusi dalla società, invece non è così. È forse il primo caso letterario, in cui una malattia mentale, come l’epilessia, venga vista come un qualcosa di “positivo”.

Il mal caduco, come Dostoevskij tiene a denominare l’epilessia, viene usato e analizzato per spiegare i comportamenti dei personaggi, ha un ruolo centrale, anziché marginale contrariamente alla rappresentazione più diffusa dei personaggi disabili.  Potrebbe sembrare scontato, ma non lo è, se pensiamo che, in un tempo, gli epilettici venivano segregati, allontanati dalla società, come se avessero avuto in sé il germe del “demonio”. Si pensi al fatto che anticamente, la causa di qualsiasi deformità era di natura divina, una punizione conseguente all’azione peccaminosa.

Dostoevskij nella sua epilessia vedeva qualcosa di divino, che lo faceva avvicinare di più al “Cristo morto”, alla “morte”, e lui sapeva perfettamente cosa fosse la morte. Crea il suo Preksanyi čelovek (un uomo ‘positivamente’ bello) con la figura del principe Myskin, il “bello”, è da intendere come sostiene Strada: “un uomo bello, in senso spirituale e interiore, ma anche come un uomo complesso e tragicamente catastrofico” (Einaudi, 2014). Il principe Myškin nel romanzo L’ Idiota è una figura centrale, che detiene in sé il morbo del “mal caduco”, un male che lo ha portato ad allontanarsi dalla società, in Svizzera, dove curava il suo “idiotismo” con l’acqua fredda e la ginnastica (Einaudi, 29; 2014).

Ciò che è importante della figura del principe Myskin, poi anche con Murin e Odynov (La padrona) è che una volta tornati in ovile, in società, più che esclusi, sono inclusi. Idiota viene denominato il principe Myškin, bisogna però vedere in che modo viene visto, come una persona “fragile”, “un bambino”, come una persona che ha in sé qualcosa degli Stolti di Cristo, e questo, fa sì che meriti, comunque, un rispetto. È anche Chiaroveggente (Pareyson; 1993), è per certi versi, il possessore della verità, lui è già a conoscenza di cosa succederà a Nastas’ja Filippovna, come Odynov con Katarina, entrambi sanno quanta stradanie (sofferenza) hanno nel loro cuore.

L’epilessia delinea nell’opera dostoevskiana una “predeterminazione” (Kasatkina, 2014), oltre a quest’aspetto significativo, l’epilessia diventa anche la giustificazione, in qualche modo, per Myškin, per rinunciare all’amore.

“Ama due donne, che a loro volta lo amano appassionatamente, Nastas’ja e Aglaja. Le ama, perché le ama, e non può amarle” (Sibaldi, 2017)

I personaggi affetti dall’epilessia vivono la loro infanzia in solitudine, si pensi al personaggio Ordynov della povest’ La padrona (1847)

“Aveva vissuto fin dall’infanzia separato dagli altri […] fin da bambino veniva considerato una persona bizzarra” (La Padrona, 2003)

 

è utile soffermarsi su come questi personaggi, come Ordynov e il principe Myškin, quando ritornano in società, trovano comunque il modo di separarsi dagli altri, rintanandosi in un angolo, per quanto lo spazio, il luogo, nel quale si vanno a rifugiare abbia un significato rilevante, per me, ha un significato importante, vale a dire la ricerca di non esporsi.

Il mal caduco se ci pensiamo, emerge sempre in situazioni straordinarie e significative, come quando Rogožin tenta di ammazzare il principe con un coltello (l’uso del coltello è un simbolo rilevante come anche l’uso del fucile e della pistola; La padrona, La mite) o ancora, quando Murin (anche lui personaggio epilettico e rivale di Ordynov) tenta di uccidere/minacciare il rivale Vasilj Ordynov con un fucile.

 

“Murin giaceva sul pavimento; si contorceva tra gli spasimi, il volto stravolto dal dolore, la schiuma usciva dalle labbra contratte. Ordynov capì che era stato colto da un forte attacco di mal caduco” (93)

 

Piuttosto che trattare l’epilessia come una condizione debilitante, Dostoevskij, fa emergere l’aspetto negativo e positivo della malattia, ma non lo fa con la pretesa di farla vedere come un ostacolo, anzi, come un dono di Dio. L’autore moscovita utilizza l’epilessia non come una condizione da correggere.

Quando  si parla di disabilità, si pensa sempre al modo, alla soluzione, al dopo, a come curarla, a come correggerla. Questo significa che i personaggi dostoevskiani affetti da una malattia come il morbo sacro, non vengono esclusi, anzi vengono inclusi e visti come delle persone alle quali chiedere anche consiglio, si pensi al principe Myškin.

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