
di Silvia Tebaldi
«Tra petardi e caroselli la gioia brucia gli occhi».
Abita l’opera una grazia feroce. Ci sono un vecchio che la sa lunga e fa battute in rima, un parroco esecrabile ma dai fini encomiabili, il brusio dei paesani tra storie dure e amori, e una compagnia di giovani sullo sfondo di campi e argini della bassa cremonese, un luogo piccolo in una vastità. Il Po serpeggia a poca distanza («Dalle risaie si alzano gli aironi con le ali candide come lenzuola, eleganti e spettrali sul fondale celeste del cielo»), ritratto dalla voce di un narratore invisibile.

Ho letto I provinciali di David Manzoni prima ancora che diventasse un libro; ne ho letta l’anteprima a pochi giorni dall’arrivo in libreria: ma per tutto il tempo della lettura, non so né come né perché, ho sentito la carta, le pagine sotto le dita.
Ambientato nel 2014, due anni dopo vince il premio letterario “Linguaggi neokulturali” promosso dal web magazine Kultural, e l’anno successivo arriva in libreria.
Sette anni dopo la casa editrice indipendente Divergenze, in accordo con l’autore, ha recuperato il testo originale e lo offre per la cura di Massimo Rovati e Silvia Longo, nella pregevole veste grafica e materiale che connota la sua produzione e, nello specifico, la collana di letteratura Le scie.
Nel borgo senza nome in cui è ambientata la vicenda tutto sembra fermo, mentre il mondo attorno cambia. Ci sono un’onesta brigata per amicizia, vicinanza o parentela, di ragazze e ragazzi: i loro amori, le assenze, il senso del tempo; l’osteria e i giardini, la chiesa parrocchiale («antica, romanica, poco luminosa e con due piccole navate laterali. Sulle pareti qualche affresco smangiato dai secoli si alterna al rosso dei mattoni, alle tavole di legno con incise le tappe del Calvario di Gesù») e una polifonia di voci. Quindi le risposte in rima del signor Giulio che rammentano proverbi, nonsense da taverna o testi sapienziali, che quasi strappano la stoffa del testo, orbitando dall’indiretto libero – qualcosa dei Malavoglia, almeno per me che leggo – a uno spazio incerto tra elusione e chiacchiere, tra silenzi e crudezze da paesani.
«Lo blandivano e poi gli riempivano la blusa di spighe e palline appuntite: i gradi del comando.
– Generale, – attaccava Berto, – la guerra è finita.
– Andate in pace – ribatteva Giulio, facendo il segno della croce.
– Generale, – ancora Berto, – è ora di tornare al focolare.
Quindi veniva il turno del macellaio:
– Ce l’ha il focolare, generale? – e quello si incupiva. – Il generale è di turno al pagliaio, il nemico gli ha tolto tutto, tranne l’onore».
C’è tutto questo. E c’è un segreto. Una nicchia, in chiesa, dietro il coro. Per l’intera lettura ho avuto in mente la forma ambigua studiata da Ricardo Piglia nel corso dedicato all’opera di Juan Carlos Onetti (Teoria della prosa, tradotto in italiano da Loris Tassi e a cura di Federica Arnoldi e Alfredo Zucchi per Wojtek, 2021): la forma definita dal nome francese nouvelle, ovvero romanzo breve, un testo narrativo che non è racconto né romanzo classico, ma una tradizione formale che si fonda – a differenza dal romanzo, specie il poliziesco – non su un enigma da sciogliere, né sulla fluttuazione di diversi elementi narrativi verso un colpo di scena, come nella short story tradizionale, piuttosto su un segreto.
Premesso che io non ho avuto mai certezze su misure e strumenti narratologici, men che meno ora, che solo voglio ricordare il ricordo che mi visitava, leggendo I provinciali ho avvertito un ronzio che non si è placato neppure quando ho ripreso in mano la mia copia di Teoria della prosa. Eccolo, il passo della prefazione di Arnoldi e Zucchi, che apre alla questione del segreto nell’opera di Onetti e che abitava nel ricordo come in un déja-vu, come tre righe sottolineate certo aldilà della ragione e del pensiero discorsivo: «Si tratta di una fenditura che conduce, oltre la storia, in un’altra storia, quella potenziale, dissimulata e latente. È un punto cieco, uno spazio vuoto da cui il narratore vede senza raccontare, oppure racconta senza conoscere».
Io quella fenditura l’ho sentita, forte, durante tutta la lettura. Il segreto, secondo Ricardo Piglia, è «ciò che è eliso e che qualcuno sottrae dalla trama, è qualcosa che non si conosce ma che agisce permanentemente nella storia. Ciò che è accaduto definisce la differenza tra racconto e nouvelle. Il romanzo breve si chiede cosa è accaduto, mentre il racconto si chiede cosa accadrà. Una forma si interroga sul passato e l’altra sul futuro di una storia
».
Ebbene, ne I provinciali quel segreto è in una nicchia, uno spazio dal contenuto misterioso; e ancora, in qualcuno che nell’ombra terrorizza la giovane Lilia, che non può vederlo benché le stia a pochi passi; e ancora, in qualcosa che è accaduto e ha segnato il villaggio senza nome.
E ci scommetterei che anche voi come me, leggendo il libro (che sia romanzo o nouvelle, non ha importanza), sentirete che quel segreto ha a che fare con tutti e tutte noi in quanto lettori, certo, ma prima ancora noi in quanto viventi. C’è poi una seconda storia, dissimulata e latente.
Scrive Massimo Rovati nella prefazione, La poetica del disincanto:
«Con toni leggeri e svagati solo in apparenza, Manzoni dà alla storia la potenza delle Fiabe italiane di Italo Calvino. Là c’erano maghi, orchi, ladri, un campionario di orrori che ai bambini esorcizzava la paura del mondo di fuori, poiché situato nel regno privo di offesa della vita fantastica, e nella vita fantastica anche i fatti più tremendi danno un brivido felice. Chi sopprime lo spavento, sopprime anche la felicità. Qui, nell’opera di David Manzoni, in modo analogo alle fiabe di Calvino, il timore e l’angoscia non sono urlati, non fanno parte di un progetto educativo: sono esposti senza una sola parola leziosa, e narrano di cose terribili come gli stereotipi, feroci quanto la società di cui sono figli, e lo fanno con uno stile umile, rapido e ironico, spoglio di ogni eccesso».
Insomma, leggendo questo libro troverete una polifonia di voci, gente soave e assieme spietata, la tigna di non voler cambiare che ci definisce tutti e una trama, una trama vera, che ho ripreso dopo avere sciolto l’enigma senza che il segreto fosse sciolto, e che certo rileggerò ancora. E l’evidenza radiante di quel “doppio interno”, tanto più evidente quanto è più nascosta, quella duplicità che è in noi come la coabitazione tra una anziana zia casalinga e un Hermes viaggiatore e imprevedibile, l’uno dall’altra spaventati, deliziati e offesi (il ricordo va ad Ars poetica di Franco Ferrucci, altro libro bellissimo e sommerso).
La scrittura limpida e arguta, solo in apparenza semplice di David Manzoni, si fa leggere con gioia e quasi induce a una rovinosa, irresistibile velocità di lettura; si avverte come un suono che traccia la pulsazione della favola filosofica, la quale però mai prende il sopravvento, e forse non è che uno scrigno di armonici, un effetto acustico («Più larga è la bocca, più la favola è sciocca», dice il signor Giulio).
«Leggendo, ti pare di passeggiare nel paese in cui sei cresciuto o hai trascorso le estati dell’infanzia e della giovinezza, e dove tutt’ora torni quando avverti il richiamo delle radici»: così scrive Silvia Longo nel breve saggio La provincia ubiquitaria, in chiusura del volume. E dopo aver letto di questi provinciali e avere camminato, provinciale io stessa, in uno dei luoghi in cui avverto la forza delle mie cosiddette radici, non posso che darle ragione.
Scrive M. John Harrison in Vorrei essere qui. Antimemorie, straordinario libro appena portato in Italia grazie a Mercurio books, nella traduzione italiana di Luca Fusari:
«La verità paradossale che Map Boy custodisce è: a vent’anni o a settanta, per quanto tu possa cambiare, sei sempre già nel tuo futuro. Le persone evitano di ammetterlo finché possono, appellandosi alla banalità, e non è colpa loro. Ma il compito dello scrittore è sbatterglielo sotto il naso».
È una frase in cui mi sono imbattuta mentre cercavo di chiudere questa riflessione. Mi sono stupita perché da tempo non mi stupisco più delle coincidenze, ma la bravura di David Manzoni nello sbattermi sotto il naso, con garbo e abilità assieme, questa nobile verità, mi lascia esterrefatta anche dopo aver letto, per la seconda e quasi terza volta, I provinciali. Un’opera nella quale leggendo, anzi, vivendone i fatti, troverete anche voi una quieta ferocia. E un segreto.