La carne fotografica del cinema del reale di Salvo Presti

di Annachiara Monaco

 

Un ritratto del regista Salvo Presti

 

 

 

 

 

 

Addentrarsi nel cinema di Salvo Presti equivale ad entrare in contatto con il valore pulsante della parola, dunque della voce dell’uomo, in quanto tassello finale di un processo di creazione dove la mano funge da punto di partenza e raccoglimento.

Approcciarsi all’immagine messa in campo dal regista vuol dire, innanzitutto, toccare la natura della parola, affidandosi alla tattilità della ragione, intesa come capacità di porre domande all’altro poiché riconosciuto come parte di sé.

L’elemento fondante del cinema di Salvo Presti è la struttura letteraria che tende a dare corpo, ma soprattutto movimento all’immagine delle figure che abitano il campo d’azione ripreso dall’obiettivo. I corpi si muovono liberi al di là di ogni tipo di confine tracciato dalla macchina da presa; infatti, è assente qualsiasi tipo di ossessione rispetto alla urgenza di andare a decifrare la composizione dell’umano, poiché quest’ultimo è libero di vivere la sua realtà nella sua evoluzione.

Storia, memoria, mito sono soltanto tre degli elementi che si compenetrano all’interno della scrittura per immagini di Salvo Presti, il quale si tiene aldilà del campo di vita dei protagonisti dei suoi lavori audiovisivi, affermando la volontà di non invadere il corpo delle figure a cui restituisce la voce.

Il regista parla degli ultimi, di coloro i quali sono stati dimenticati, che abitano la vita senza avere nessun tipo di difesa se non quella di essere umani, prediligendo spazi di raccoglimento, come le carceri o ex-manicomi, dove la ferita inferta dalla vita innesca una nuova modalità di comprensione del dolore.

un fotogramma dal documentario di Salvo Presti

Un fotogramma dal documentario “Dopo questo esilio” . Il lavoro ha ricevuto la statuetta “Good Villain” nell’ambito dell’undicesima edizione del Festival Internazionale “Prison Movie” che si è svolto in Polonia, a Olsztyn.

E non è un caso che alcuni dei titoli dei lavori del regista , tra cui si segnala il docufilm Dopo questo esilio girato presso il carcere di Barcellona, mettono in risalto la necessità umana di porsi delle domande a cui spesso non segue necessariamente una risposta, ma una nuova modalità di raccontare, riprendendo la fascinazione dell’oralità legata al concetto di narrazione del mito.

L’essere umano viene visto come un errore della natura dal momento che gli è stata conferita la possibilità di pensare e, dunque, di parlare. Eppure, l’urgenza del regista è quella di mettere in crisi una ciclicità regolare del tempo e dello spazio, dove tutto è asservito al concetto di conservazione.

Il timore insulare di una Sicilia, che si ripiega su se stessa, viene scombussolato da un’immagine che vibra poiché resa vivida dal potere della voce, primo elemento di movimento nell’essere umano, strettamente connesso alla sua capacità di respirare. I protagonisti dei lavori di Salvo Presti sembra quasi che imparino a parlare davanti alla macchina da presa, che conoscano il potere della parola mentre quest’ultima prende corpo insieme a loro.

Così, il regista scuote la storia, o meglio, la linearità precostituita del tempo e dello spazio, inserendo figure che, abitando i margini, conservano un senso di verità integra, i cui volti non ingombrano l’obiettivo della macchina da presa. Infatti, viene conferito un senso rinnovato di verità strettamente connesso all’ossessione della realtà del regista, un suo pedinamento che vuole far emergere un’immagine pulita, rimpolpando quell’elemento definibile come carne fotografica: l’immagine, non più eidolon, viene restituita nel suo essere reale, un errore, esattamente come il corpo dell’essere umano.

L’uomo diventa cesura di una nuova riscrittura del reale, quell’accordo non più fantasmatico che consente a Salvo Presti di poter mettere in atto una nuova tipologia di narrazione.

Sacro e profano diventano due elementi che mettono in comunicazione l’essere umano con una dimensione più che terrena, tangibile, all’interno del quale l’uomo viene concepito come figura errante: si tratta di un individuo che non solo si muove all’interno dello spazio, ma che, mentre lo fa, pone a se stesso e all’altro e all’alto delle domande.

Salvo Presti è definibile un regista del reale, dove la letteratura diventa chiave d’accesso primaria alla natura dell’uomo, trasferendo sulla sua pelle la filigrana vibrante di una voce che non può più essere messa a tacere.

 

 

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