
Bullismo- opera dell’artista Gino Tonelli
di Lucrezia Lombardo
Il mondo del lavoro contemporaneo è crudele. Nell’essenza dell’economia capitalistica, così come nel “modello educativo” che tale economia reitera e sostiene, l’elemento centrale è il livellamento delle coscienze, in modo tale che gli individui obbediscano ciecamente a chi pilota le masse, così che non sia possibile la sovversione di un simile “ordine di cose”.
Come in natura, in cui i predatori divorano le loro prede e i forti s’impongono sui deboli, nella nostra società, vi è chi è destinato, ineludibilmente, a essere schiacciato. Per comprendere la logica della prevaricazione che, subdolamente e con camuffamenti, permea la nostra epoca, occorre partire dalla scuola, poiché è proprio in questo luogo che le generazioni di domani vengono abituate a “un certo modo di pensare e di concepire la realtà”.
Nelle scuole di oggi, i ragazzi respirano quello stesso spirito gerarchico che poi troveranno nel mondo del lavoro. Sin da subito, grazie all’esempio dei loro docenti, i ragazzi comprendono quali sono gli insegnanti che contano e quali quelli superflui e applicano questa “logica distintiva” anche nei confronti dei loro coetanei: ecco che “il disabile” diventa, nella maggior parte dei casi, il debole dal quale tenersi alla larga, così da non subire la sorte di “chi è escluso dal gruppo dei forti”.
Man mano che scendiamo nella piramide scolastica, così come in quella sociale, c’imbattiamo in esistenze segnate dall’ingiustizia. E dire, invece, che un luogo educativo dovrebbe scardinare, anzitutto, proprio le gerarchie, proponendo un modello d’eguaglianza che dia l’esempio alla collettività intera.
In fondo alla scala sociale s’incontrano dunque coloro che, per l’ingranaggio collettivo (la scuola, in quanto microcosmo, e la società, in quanto macrocosmo) non contano nulla. Costoro conducono vite di continue vessazioni e sono abituati a ingoiare le umiliazioni, senza poter reagire. Il lavoro, pertanto, non è più un diritto, anzi, non lo è mai stato: a seconda del ruolo che il lavoratore occupa, si rendono possibili una serie di abusi che, di per sé, sarebbero inaccettabili.
Il sistema socio-economico odierno -entro cui si annovera anche la nostra scuola, che si è perfettamente adeguata al modo di pensare collettivo- concepisce il lavoratore non più come “persona”, bensì come numero e ingranaggio, il cui dovere sociale è quello di produrre, impiegando tutte le proprie energie mentali e fisiche nel minor tempo possibile.
Oggi, il mobbing, il burnout ed il bossing sono concetti all’ordine del giorno e costituiscono la fenomenolgia del sistema-lavoro, assurgendo al ruolo di “mentalità dominante” nella quale non vi è rispetto per chi socialmente “sta sotto”. Questa mentalità ha preso il sopravvento anche nel sistema educativo, non soltanto perché, in esso, i deboli (docenti di sostegno, giovani insegnanti precari, bidelli, famiglie povere, ragazzi disagiati e disabili etc.) sono soggetti ad abusi, ma soprattutto perché, ai giovani stessi s’insegna a considerare come “normale”, già a scuola, quella gerarchia che sta alla base del mobbing, del bossing e del burnout.
Proprio questa è la questione centrale: la scuola non dovrebbe reiterare le diseguaglianze, veicolandole ed applicandole per prima, tanto da dare un esempio assolutamente errato, essa dovrebbe, al contrario, scardinare tutte le logiche che si approssimano alla verticalità, all’abuso, alla creazione di barriere, al distanziamento e al disciplinamento mediante la normalizzazione. Essa dovrebbe cancellare e smontare –rivelandone la falsità- tutte quelle “ideologie”, ancora forti, che pretendono di privare alcuni soggetti di una piena dignità e dovrebbe farlo non soltanto a parole, ma con esempi validi.
Mobbing, bossing e burnout hanno pertanto in comune una concezione del lavoratore “in quanto oggetto”: nei primi due concetti, infatti, si reitera un comportamento degradante verso il dipendente, allo scopo di distruggerne l’autostima e, dunque, la percezione di sé come “soggetto degno”. Nel burnout, di contro, la dimensione lavorativa diventa totalizzante e talmente opprimente da annientare l’individuo, che s’ammala e subisce conseguenze dannose per via dello stress, sia sul piano psichico, che su quello fisico. In tutt’e tre i casi menzionati, il lavoro si trasforma, così, in “danno”, in attività che non conferisce dignità, né soddisfazione al soggetto, ma che, al contrario, lo depriva di ogni valore, annientandone la personalità.
La mentalità che oggi permea il sistema-lavoro e quello scolastico, e che finisce col condizionare le nostre relazioni sociali, spersonalizza il lavoratore e l’alunno non considerando i bisogni di costoro, né i loro desideri, o le loro fragilità, e lo fa allo scopo di ridurli, il più possibile, ad automi incapaci di pensare e di agire. Tale processo di scissione e di demolizione dello studente-lavoratore si attua, oramai, anche nelle scuole, realtà in cui la forte gerarchia e l’aziendalizzazione producono risultati assolutamente anti-educativi e di distruzione del personale che vi prende servizio.
Tale modello spersonalizzante e denigratorio nei confronti della dignità dell’uomo, viene messo in scena quotidianamente dinnanzi allo sguardo dei ragazzi. Il risultato che ne consegue è l’interiorizzazione, da parte dei giovani, di un modus operandi et pensandi disumano, che finisce col diventare un serbatoio di (dis)valori da imitare.
Come nel mondo lavorativo, anche nelle scuole, sono soprattutto coloro che “stanno più in basso”, ed i più fragili, le principali vittime di simili processi di spersonalizzazione e demolizione dell’identità. Il fatto che la spersonalizzazione e la demolizione dell’identità dell’individuo vadano di pari passo nella nostra economia e nella nostra società, mette in luce la prevaricazione che fonda il nostro attuale modo di vivere: a partire dalle scuole, ciò che si spalanca dinnanzi ai nostri occhi, è la crudeltà senz’anima di un sistema che non ha alcun interesse reale verso i propri giovani.
La sola cosa che alla scuola odierna interessa, è infatti reiterare “il modello prevaricatorio, produttivo ed efficientistico” che vige nel mondo, in modo tale che gli studenti siano “già addestrati” ad omologarsi, adottando, a loro volta, una simile mentalità. Non siamo quindi davanti a una scuola capace di scardinare il conformismo e la violenza -esplicita ed implicita- che dominano il nostro modo di vivere, ma, al contrario, siamo alle prese con un modello educativo che ha smarrito completamente la propria ragion d’essere e il bene dei ragazzi, poiché non possiede più valori in base a cui orientare le condotte delle generazioni future e, prima ancora, degli stessi maestri.
Giovani insegnanti precari, docenti di sostegno, famiglie fragili, ragazzi disabili ed in difficoltà e tutti coloro che occupano “posizioni invisibili” sono le vittime principali della mentalità spersonalizzante vigente anche a scuola e che ha per obiettivo la demolizione dell’identità del soggetto e, dunque, della sua dignità, al fine di renderlo innocuo, incapace di agire, proprio per mezzo della quotidiana esperienza del “proprio-non-valere-nulla”.
Il precariato -oggi modello diffuso e portatore del falso mito della “flessibilità lavorativa”- in base al quale un incessante dinamismo del proprio ruolo produttivo sarebbe una virtù, è un ottimo mezzo per attuare il processo di spersonalizzazione sopra descritto, che fa presa, tanto più facilmente, proprio su chi non può contare su di una stabilità economica ed è quindi costretto ad accettare qualsiasi condizione lavorativa pur di sopravvivere.
Nella scuola questo è il caso dei tanti docenti precari, degli insegnanti di sostegno e del personale tecnico-assistenziale che vi opera. Sulla precarietà economica si radicano anche altri due elementi, che abbisognano dell’instabilità delle condizioni di vita degli individui, per accrescersi. Questi due elementi sono il classismo e la paura.
Il primo è sorretto dalla mentalità del mobbing, del bossing e del burnout, nella misura in cui i tre concetti fungono da strumenti in grado di demarcare in profondità -tanto da incidere sulla psiche del lavoratore- la differenza di classe e l’invalicabile “fossato” che divide “chi ha diritto di parola” da chi invece non lo possiede.
Dunque, la nostra società, proprio a partire dai luoghi deputati all’educazione dei giovani ed alla “formazione” dei futuri lavoratori, intende potenziare la differenza di classe, così che essa appaia come legge naturale delle cose. La scuola stessa, del resto, si fonda sull’incessante demarcazione tra le famiglie ricche e le famiglie disagiate; tra i ragazzi “normali” ed i ragazzi “a-normali”; tra i docenti di “serie A” (curricolari) ed i docenti di “serie B” (precari e di sostegno, oltre al personale tecnico-assistenziale).
Nelle scuole, quella che potremmo definire “la classe dominante” gode di privilegi ed è impegnata, quotidianamente, a difendere il proprio status di comodità, per ottenere il quale è stato sputato sangue, mentre, dall’altro lato, si trovano coloro che sono destinati a soccombere e che sono oggetto di avvilenti denigrazioni, come i ragazzi “meno dotati” ed i disabili, per cui si spendono centinaia di belle parole, quando poi, di fatto, non vi è una reale inclusione e, spesso, l’unico modo con cui la didattica si rapporta a questi soggetti è la marginalizzazione, o la negazione del problema.
Il classismo viene infine attuato anche nei confronti degli insegnanti precari che, per via della loro condizione, sono costretti spesso ad accettare incarichi temporanei, e nei confronti delle famiglie con maggiori difficoltà, alle quali, a differenza delle famiglie “che contano”, non si dà udienza, mentre la massa dei loro figli -figli di operai, di disoccupati, d’immigrati- è abbandonata a se stessa.
La paura costituisce l’altro imprescindibile elemento che il processo di spersonalizzazione e di annichilimento dell’identità applica ai lavoratori e ai futuri adulti e, anche in questo caso, la scuola se ne fa promotrice. Essa consiste infatti in un atteggiamento d’indifferenza e omertà nei confronti delle ingiustizie, oltre che in una forma di servilismo verso le gerarchie.
Per via di tale sentimento, che diviene un vero e proprio modo di vivere, l’individuo rinuncia a sé, alle proprie aspirazioni, a quel che ha da dire, per rimettersi alla volontà altrui -quella di chi conta di più- sperando nella clemenza dei forti. Il timore pervade, così, anche la mente dei docenti precari, oltre che dei ragazzi più fragili, ed è il sentimento dilagante nei corridoi scolastici: paura del preside, paura dei richiami disciplinari, paura delle famiglie che contano e dei loro ricorsi, paura di sbagliare, paura di chiedere ferie, malattia, maternità, paura di un confronto, paura degli studenti di esporre ai docenti il loro disagio… Ogni paura, del resto, altro non è che il non credere di poter vivere meritando amore e felicità.
La paura contagia l’aria che si respira nelle scuole e si mischia all’arroganza di coloro che vivono il mestiere di educatore non come un servizio, ma come uno status sociale da difendere, vedendo nel titolo di “Professore” un traguardo per il quale hanno sputato sangue e che nessuno deve osare screditare.
La paura genera altresì una spaccatura nella psiche di chi la prova e questa frattura non fa che incrementare la differenza di classe tra coloro che sono condannati a vivere senza diritto di esistere e coloro che, di contro, possono permettersi persino di giudicare, oltrepassando il limite della dignità altrui.
Se la scuola è ormai diventata, per molti docenti, un fatto di status sociale e di rivincita, oltre che un luogo in cui fare sfoggio del proprio sapere, la scuola che io desidero è invece il contrario di una fucina di diseguaglianze, che sforna, ogni anno, migliaia di giovani impauriti, rabbiosi e già troppo rassegnati per la loro tenera età.