
Intervista a cura di Serena Vinci
– All’indomani della Liberazione, nel periodo che va all’incirca dal 1945 ai primi anni Cinquanta, tra le file dell’esercito partigiano si diffonde una sorta di ‘pulsione di narrazione’, un’urgenza di raccontare la guerra civile che si estende ben oltre il mondo intellettuale, contagiando anche chi, fino a quel momento, non aveva intrattenuto rapporti di familiarità con la cultura letteraria. È la grande stagione della memorialistica partigiana». Lo storytelling attorno ai fatti della Seconda Guerra Mondiale è davvero tentacolare, direi in tutto il mondo occidentale, con una preferenza per le (auto)biografie e i memoir che ripercorrono il “farsi partigiani”, come nei diari di Ada Prospero e negli stralci di quotidianità di Gina Lagorio. Quali sono a tuo parere le ragioni di questo desiderio di convidere il racconto, in particolare da parte delle “tue” scrittrici?
Il desiderio di raccontare, che si diffonde a ridosso della Liberazione come una vera e propria febbre di scrittura, ha ovviamente diverse ragioni, ma nel caso delle donne – delle “mie” scrittrici – credo assuma una sfumatura ulteriore: non si tratta solo di ripercorrere un’esperienza straordinaria, ma anche di rivendicare il proprio spazio all’interno di una narrazione pubblica da cui si è state escluse. In altre parole, di testimoniare la propria verità.
E poi c’è un altro elemento altrettanto profondo: la scrittura, per molte di loro, è anche un modo per ricucire una ferita. La guerra civile lascia uno strappo – nella vita, nei legami, nella percezione del futuro – e raccontarla significa anche tentare una forma di guarigione, personale e collettiva. Lo si vede bene nella memorialistica di Ada Prospero e Gina Lagorio: nelle loro opere le autrici non si limitano al resoconto degli eventi, loro scrivono per far durare la lotta, far resistere la Resistenza; certo per trasmetterne il senso, ma anche per tenere in vita, attraverso il racconto, le persone e i valori perduti.
– Come fai notare tu, «la produzione delle donne si colloca in una posizione di frontiera: da un lato, contribuisce a tramandare una memoria indispensabile per la nostra identità nazionale, dall’altro, la rielabora criticamente, denunciando le disuguaglianze (in primis di genere) che la caratterizzano». Quali sono, se ci sono, le differenze sostanziali tra le scritture partigiane femminili e quelle maschili?
Ci sono di sicuro delle tendenze comuni che appartengono alla scrittura d’autrice, delle peculiarità che distinguono questo corpus dalla produzione ‘canonica’. In quest’ottica, non mi interessava tanto aggiungere altri nomi a una lista di titoli consigliabili, quanto scoprire nuovi aspetti della Resistenza che possano aiutarci a comprenderla meglio nella sua complessità, anche quando questo equivale a risemantizzarla.
Le donne che scrivono la Resistenza, infatti, non si limitano a registrare i fatti, ma ne rielaborano il senso: spesso resistono anche alla retorica della Resistenza. All’epica celebrativa, si oppongono raccontando l’esperienza resistenziale attraverso frammenti di quotidianità, legami affettivi, dubbi e momenti di paura, mostrando come anche l’immobilità, il silenzio, la rinuncia possano essere forme di scelta.
Un altro tratto distintivo è la tendenza a una narrazione corale. Le scrittrici non pongono al centro solo sé stesse: anzi, spesso decentrano la propria voce per raccontare gli altri e le altre. Le loro opere diventano spazi di testimonianza in cui la memoria è condivisa e non gerarchica. In questo senso, le scritture partigiane d’autrice non solo integrano la memoria nazionale, ma la risignificano, introducendo un paradigma in cui la resistenza non è solo un atto eroico, ma una pratica diffusa, quotidiana, talvolta silenziosa (e per questo ancora più pervasiva e radicale).
– Il partigianato è una scelta, soprattutto per le donne, che si muovo non come Penelope nello spazio casalingo dell’attesa, ma piuttosto come Pentesilea, che si arma per prendere parte alla battaglia tra Ettore e Achille. È ciò che sceglie di fare l’Agnese di Viganò, per la quale «lo spazio di cura lasciato vuoto dalla scomparsa dell’amato marito Palita viene riempito dai compagni». Sembra dunque che l’attivismo sia il modo di reagire alla perdita, invece di portare il nero a vita. È così?
Sì, è proprio così. L’attivismo partigiano per molte donne non nasce solo da un’adesione ideologica, ma è una risposta radicale alla perdita, un modo di trasformare la passività del lutto in azione. L’Agnese di Renata Viganò è un esempio emblematico: non si limita a sopravvivere alla scomparsa del marito, si rigenera nella militanza. Lo fa a partire dalle le sue competenze quotidiane – cucinare, accudire, proteggere – che sposta su un piano pubblico, politico, condiviso, per poi abbracciare anche l’ideologia della lotta. Non c’è compiacimento nel dolore, ma una forma di resistenza tutta femminile che trasforma il lutto in impegno, la vulnerabilità in forza. Come scrivi giustamente tu, non è Penelope che aspetta: è Pentesilea che combatte. E non lo fa nonostante il dolore, ma a partire da esso.
– «Quello della ‘amante del nemico’ è un personaggio molto presente nella letteratura resistenziale d’autrice». La letteratura sulla Resistenza ha costruito e decostruito diversi stereotipi sulle partigiane: la staffetta mascolina, la combattente armata, in opposizione ai cliché dell’educazione fascista, dalla madre casta alla femme fatale. Tu ne fai una descrizione molto materica, parli dei corpi di queste figure femminili, dei loro gesti fino ai loro scarti, all’urina. Mi hai ricordato le descrizioni di Curzio Malaparte in La pelle. Come si pongo le tue scrittrici in relazione a questi stereotipi?
È una suggestione molto interessante quella di Malaparte – e in effetti alcune opere analizzate nascono anche dal desiderio di ‘sporcare’ la narrazione resistenziale, di riportarla alla terra, nel corpo, nel gesto, nel sangue, nel sudore. Le “mie” scrittrici non rimuovono mai la fisicità della guerra: semmai, la abitano, la attraversano. E lo fanno non per creare uno stereotipo alternativo –l’eroina in armi – ma per sfuggire a tutte le immagini precostituite.
Le partigiane raccontate da Ada Prospero, Gina Lagorio, Renata Viganò sono donne vive, imperfette, contraddittorie, a volte eroiche, a volte spaventate, capaci di cura ma anche di rabbia, di desiderio, di odio. La staffetta non è un simbolo, è una ragazza che urina dalla paura in una galleria, che inciampa nella corsa. E anche la madre non è solo nutriente e accogliente, può essere lucida fino a diventare talvolta spietata.
– «Sono innumerevoli i modi in cui una donna può sentirsi madre e rivelarsi materna». Vorrei che ci soffermassimo su una rappresentazione chiave della figura femminile resistenziale, quella della ‘mater dolorosa’, che la storiografia ricostruisce come «maternage di massa». Adriana Cavarero ha descritto alcune icone dell’ipermaterno in Donne che allattano cuccioli di lupo. Nella vita delle resistenti, è dunque così importante riuscire a percepirsi madri?
È una domanda delicata, perché tocca una delle immagini più ambigue e affascinanti della Resistenza femminile. La figura della mater dolorosa è potentissima: da un lato restituisce tutta la forza di chi cura, accoglie, protegge – persino a costo della propria vita –; dall’altro rischia, se assolutizzata, di rinchiudere di nuovo le donne in un destino biologico, in un paradigma sacrificale che perpetua la subordinazione.
E invece, per molte partigiane, sentirsi madri non significava riprodurre un ruolo imposto. Prendersi cura di un compagno ferito, nascondere un ricercato, sfamare una banda intera era un modo per dire: io esisto, io agisco, io lotto. È un maternage che si politicizza, che esce dal privato per diventare gesto rivoluzionario.
Cavarero, in Donne che allattano cuccioli di lupo, ci mostra anche come l’ipermaterno vada ricondotto a una dimensione liminale. Nelle scrittrici resistenziali c’è qualcosa di simile: la madre non è mai uno stereotipo, ma una figura capace di contenere – e accogliere – moltitudini.
– Mi piace molto il tema dell’amicizia femminile che attraversa i romanzi di cui parli. La particolare solidarietà che scaturisce dal desiderio di essere modello l’una per l’altra è molto delicata e forte al tempo stesso, in quanto manifestazione di lotta al patriarcato. Se la famiglia è allora quella «che si sceglie e che si costruisce a immagine e somiglianza delle proprie affinità e dei propri valori, e che forse proprio in virtù di questo può rivelarsi più resistente agli urti della vita dei legami di sangue», possiamo in qualche modo individuare una forma di militanza queer, ante litteram sicuramente, tra le fila delle resistenti?
Mi piace molto questo spunto. In effetti, le “mie” scrittrici mettono spesso in scena un modo radicalmente altro di vivere i legami, i ruoli, i corpi, che eccede il modello eteronormato. In questo senso, sì, si potrebbe anche parlare di militanza queer ante litteram.
Pensiamo alla scelta di rompere con la famiglia tradizionale per creare una comunità resistente, fondata su affinità elettive e cura reciproca. O alla sorellanza che attraversa i testi: non è solo solidarietà tra donne, è un desiderio di rispecchiamento, di riconoscimento, di alleanza che ha qualcosa di intensamente erotico – nel senso etimologico del termine, come forza di attrazione e di creazione. E nella letteratura questa tensione emerge in filigrana, nei silenzi, nei gesti, nei dettagli.
Credo che il vero gesto queer sia proprio questo: il desiderio di sottrarsi al destino scritto, scartare rispetto alle attese di genere, scegliere chi essere e con chi essere. È quello che fanno tante partigiane. Non è un caso se nei testi resistenziali i legami nati nella clandestinità – anche solo amicali – sono rappresentati come assoluti, fondanti, trasformativi, mentre quelli più tradizionali sono spesso corrosi dall’interno, attraverso l’ironia di chi scrive.
– Giustamente ricordi a chi legge che il tuo saggio non ha «una pretesa di esaustività, di porsi come un ‘canone’», ma affronta solo una selezione delle possibili scritture femminili legate in vario modo alla Resistenza. Mi vengono in mente per esempio Benedetta Tobagi, per restare nella letteratura cosiddetta circostante, oppure a Fausta Cialente e Joyce Lussu.
Come hai selezionato le autrici? Stai pensando a un secondo volume in cui includere le altre eventuali scrittrici rimaste fuori da questa trattazione?
È vero, lo dico chiaramente sin dall’introduzione: Scritture partigiane non vuole essere un canone, ma un viaggio soggettivo, parziale e al tempo stesso affettivo. E sì, certo, ci sono state esclusioni dolorose. Penso proprio come te a Joyce Lussu, figura straordinaria e difficilissima da incasellare, o ad autrici meno note ma altrettanto interessanti.
In effetti sto sentendo più di quanto avevo previsto il desiderio di occuparmi di altre scrittrici partigiane. Non so ancora se questo desiderio si concretizzerà mai e in quale forma. Però, in fondo, la Resistenza è un inizio, non una fine. E anche il mio libro vorrei che fosse letto così: come un piccolo timido passo in una direzione ancora tutta da esplorare.
– Il libro è scorrevole e bello da leggere, come fosse un romanzo corale, eppure risponde appieno alla funzionalità critica e didattica che tu ti sei posta come obiettivo. Ti sei ispirata ad altri studiosi o studiose per la struttura del saggio e per il tipo di analisi che hai condotto sui testi? Cosa consiglieresti come lettura ulteriore a quei ragazzi e quelle ragazze che, per abitudine o per scelta, usano la parola resilienza con più facilità che resistenza?
Ti ringrazio molto, perché questo è forse il complimento più bello: che un saggio nasca da uno studio rigoroso, ma si legga agevolmente come un testo di narrativa, è esattamente ciò che desideravo ottenere. La mia ambizione era coniugare l’imprescindibile rigore nello studio all’accessibilità della forma per permettere anche a lettrici e lettori meno esperti (per esempio alle ragazze che cito nella Dedica) di entrare in dialogo con storie e parole che ci riguardano.
Quanto ai riferimenti, sì, ci sono moltissime autrici che mi hanno accompagnata silenziosamente lungo tutto il percorso. Se devo sceglierne una, faccio il nome di Benedetta Tobagi, perché le sono in buona parte debitrice per l’ispirazione. Dopo aver letto il suo meraviglioso La Resistenza delle donne mi sono chiesta se esistessero dei testi centrati sugli stessi contenuti ma interni alla dimensione della critica letteraria, e da lì è partito il mio percorso.
– Una delle scrittrici cui hai dedicato il saggio è Ada Prospero, nota come Ada Gobetti, cioè con il cognome del marito, Piero Gobetti. Tu sei direttrice editoriale della casa editrice Les Flâneurs e in particolare curi la collana Le innominate, dedicata alle donne la cui attività intellettuale è stata – per così dire – oscurata dalla luce degli uomini che avevano accanto, la cui celebrità è stata invece favorita dall’habitus culturale. Credo che per ognuna di loro valga la tua chiosa «resistere non serve a niente. Spesso non è utile. Eppure, per fortuna, per qualcuna e qualcuno è necessario». Quanto ti è stata utile questo tipo di esperienza nell’ideare e poi nello scrivere Scritture partigiane? Affermi che nella tua esperienza sul campo con autori e autrici, hai imparato che «c’è chi scrive per scoprire e c’è chi scrive per scavare». Tu che tipo di scrittrice sei?
Devo subito precisare che non sono una scrittrice: sono una grande amante dei libri degli altri (e delle altre soprattutto). Ma questa domanda mi commuove, perché tocca un mio nodo profondo. Scritture partigiane nasce sì da uno studio letterario, ma anche da un’urgenza biografica. Per me, raccontare le partigiane è stato un modo per parlare anche di tante donne vissute nell’ombra della storia. Ho imparato che esiste una forma di resistenza sotterranea, quotidiana, che forse non fa notizia ma lascia traccia.
Ada Prospero, ad esempio, che pure fu un’intellettuale straordinaria e un’attivista politica lucidissima, viene ancora oggi ricordata più spesso come la moglie di Gobetti. Ma la sua opera pedagogica, letteraria, partigiana è una costellazione complessa e autonoma, che ho sentito necessario riportare in primo piano. Lei è un’innominata per eccellenza.
– Ci ricordi che a partire dall’ultimo decennio del Novecento inizia a emergere il genere dalla postmemory che «fa riferimento alla risposta delle generazioni successive ai traumi personali e collettivi raccontati dai sopravvissuti». A questa categoria appartengono il romanzo/fiaba di Baldelli con la protagonista cinquenne, la staffetta adolescente di Soriga, le due protagonista di Verna. In che modo secondo te «raccontare il passato per parlare della violenza del presente» può essere davvero una strategia incisiva e vincente?
È una strategia potente proprio perché non si limita alla commemorazione, ma trasforma la memoria in materia viva, politica, attuale. I romanzi della postmemory (come quelli di Baldelli, Soriga e Verna) non si accontentano di raccontare ciò che è stato, ma si chiedono cosa resta, cosa risuona, cosa può ancora far male o guarire oggi. E in questo senso parlare della Resistenza non è solo un esercizio storico, è un gesto di alleanza intergenerazionale.
Raccontare il passato per parlare del presente significa mettere in scena il trauma non come evento concluso, ma come ferita aperta che attraversa i corpi, i linguaggi, le relazioni. E infatti nei romanzi della postmemory le protagoniste sono spesso bambine, adolescenti, figlie: soggetti in formazione, in divenire, proprio per questo in grado di ereditare e rielaborare i traumi che non hanno vissuto direttamente, ma che le abitano. I romanzi di Baldelli, Soriga e Verna riescono a far sentire sulla pelle di chi legge che la violenza non è finita, che ha solo cambiato forma – e che resistere è ancora un verbo al presente.