
di Lucrezia Lombardo
“Classificazioni psicologiche”
Che legami intercorrono tra la psicologia contemporanea e il potere?
L’ingerenza della psicologia e delle sue categorie si fa crescente nella società di oggi, coinvolgendo ambiti come il lavoro, la formazione e la scuola. L’avanzata della disciplina che tenta di decifrare l’uomo e la sua mente, tuttavia, porta con sé anche degli elementi autoritari, nella misura in cui manca, ad affiancare tale sapere, un’epistemologia della psicologia, ovvero una riflessione -di stampo critico e filosofico- che s’interroghi sui presupposti teorici, nonché sui mezzi e gli scopi portanti avanti da un simile settore.
La presenza dello sportello psicologico, negli istituti dei vari ordini e gradi, è ormai una prassi diffusa e gli esperti della mente svolgono un ruolo da protagonisti nelle nostre società, incarnando, in un certo senso, la figura di “sacerdoti laici” del mondo secolarizzato. All’esperto della psiche si rivolgono ormai tutti: famiglie in crisi, giovani ribelli, lavoratori stressati, coppie, personalità in carriera, nomi di rilievo, quasi come se ognuno cercasse, nel profondo, qualcuno che gli indichi cosa fare della propria vita e quali scelte intraprendere. Al contempo, un simile fenomeno mette in luce l’incapacità crescente, negli individui dei nostri giorni, di gestire il dolore, le prove, le delusioni, le conseguenze delle proprie scelte, nonché un mondo divenuto iper-complesso, caotico su tutti i fronti e che non perdona chi resta indietro (pensiamo agli indigenti, ai disoccupati, ai malati cronici e terminali, ai disabili e così via).
Proliferano ovunque corsi di formazione incentrati sull’evoluzione personale, sulla gestione delle relazioni di coppia e di lavoro, incontri che insegnano come gestire l’ansia, lo stress, oppure come fare a potenziare le qualità personali e di gruppo. Tant’è che la psicologia si divide ormai in una miriade di scuole e diramazioni: esiste la psicologia clinica, quella del lavoro, quella di comunità, la psicologia dell’età evolutiva nei suoi filoni cognitivista, relazionale, comportamentale, dinamico… Dinnanzi a tale fenomeno è quindi interessante domandarsi a che tipo di società siamo davanti, nella misura in cui, la stragrande maggioranza dei suoi membri, dimostra di aver bisogno di un supporto psicologico per via di un malessere che non si origina nel corpo, bensì nell’interiorità.
Da qui deriva una seconda domanda: qual è la causa di un simile malessere, talmente diffuso da contagiare persino i giovani e i giovanissimi? E se la ragione di tutta questa sofferenza, prima ancora che psicologica, fosse sociale? O meglio, se la ragione di tale malessere si radicasse nell’assenza di senso collettiva a cui la nostra contemporaneità ci sta abituando?
Il mondo di oggi, difatti, ha investito tutto sull’arrivismo, sul carrierismo, sull’efficienza, sulla fretta, sulla visibilità, sull’aspetto fisico, sul denaro, sul potere, sul successo, sulla prevaricazione reciproca, sulla massimizzazione di forze e risorse, sull’aziendalizzazione della vita e sulla trasformazione delle relazioni umane in relazioni di fabbrica, sin dalla scuola
. All’interno di tale contesto l’individuo tenta, da prima, di adeguarsi agli imperativi sociali, tuttavia, essendo disumani, il soggetto finisce con l’esplodere o con il ripiegarsi su se stesso, smarrendo la gioia di vivere che abbisogna, di contro, di relazioni autentiche, di contatto vero con la propria interiorità, di una concezione di sé e degli altri come esseri non oggettificabili e di un progetto di vita che oltrepassi il successo, il guadagno e la carriera.
Davanti alla frustrazione derivante dall’impossibilità, per i più, di realizzare la propria fioritura in quanto persone e non solo in quanto risorse sociali, la psicologia si presenta come l’unica àncora di salvezza a cui le folle accorrono. Eppure, si tratta soltanto di una soluzione fittizia, nella misura in cui un simile atteggiamento non risolve il problema -che è, appunto, collettivo e sociale- ma tampona unicamente i sintomi.
Il ruolo rivoluzionario della psicologia, in quanto scienza del profondo, come avveniva nelle teorie di Fromm e di Lacan, del resto, è ormai evaporato da tempo e oggi assistiamo a una psicologia di sistema, asservita a quel medesimo potere che finge di contrastare, nella misura in cui essa è impiegata come strumento di normalizzazione, che forma i lavoratori all’attività di squadra e che educa i giovani a inserirsi in un società che è, essa stessa, malata, invece di smontarne i paradigmi.
Il monitoraggio psicologico -oggi vero e proprio strumento disciplinare, sociale e politico- si esprime, dunque, sin dalla giovane età, attraverso la mediazione di specialisti e il ricorso a quiz, questionari, categorie, classificazioni, diagnosi, che vanno a delineare le caratteristiche degli individui.
E, tuttavia, se tale monitoraggio apportasse davvero un miglioramento e rendesse la collettività più sensibile verso coloro che hanno fragilità, ciò sarebbe da benedire, il fatto è, di contro, che la sorveglianza psicologia comporta un’amplificazione del distanziamento umano, delegando a quantificazioni, statistiche e diagnosi anche quel malessere che andrebbe invece affrontato, avendo delle concause sociali e culturali, legate al tipo di valori che il nostro tempo insegue.
Pensiamo, a tal proposito, all’iper-produzione di diagnosi e certificazioni psicologiche per gli studenti, fenomeno che cela una tendenza alla medicalizzazione coatta dei giovani, che vengono etichettati invece di approfondire il legame intercorrente tra questa loro sofferenza e il modello educativo che ricevono e invece di aiutare i nostri ragazzi ad auto-indagarsi e a diventare autonomi, attraverso una responsabilizzazione che richiede di crescere davvero.
Un ruolo centrale, nel processo di medicalizzazione estesa della gioventù a cui stiamo assistendo, è giocato, oltre che dalla scienza in questione, anche dalle figure genitoriali ed educative che, per comodità, spesso preferiscono assecondare “il male del ragazzo” e consegnarlo alle cure di un esperto. Questo significa che la genitorialità ha perduto la propria autorevolezza -non parliamo poi del mondo pedagogico- a causa di adulti che, per primi, preferiscono non crescere e a causa dell’incapacità di costoro di porre dei limiti ragionevoli alle pretese dei ragazzi. Tutto ciò si reitera quindi in ambito scolastico, settore a cui si aggiungono le criticità dovute al precariato diffuso dei docenti e allo sfruttamento lavorativo.
L’ingerenza crescente dei modelli psicologici già nelle scuole costringe, perciò, a un’analisi che approdi alle reali cause del malessere che si riscontra negli adolescenti. Malessere che rivela come i vecchi parametri psico-pedagogici siano ormai inefficaci. Le sfide che questa generazione di ragazzi si trova a dover fronteggiare sono nuove e prevedono una completa ridefinizione del ruolo della didattica, della pedagogia e della psicologia.
Difatti, se questa generazione soffre pur avendo tutto, i motivi di tale prostrazione vanno ricercati in qualcosa che non ha origini materiali e che non si vede né si tocca, qualcosa che manca a questi ragazzi, immersi sin da piccoli nella virtualità e nella violenza veicolata dal web, dalla politica internazionale e dalla realtà attuale.
Ci dimentichiamo, troppo spesso e forse per una questione di comodità, che le scienze che hanno a che fare con l’uomo e con la sua mente non sono ancora -e forse non lo diverranno mai- scienze esatte. Esse si fondano, anzitutto, su interpretazioni, in quanto chi studia (lo scienziato della mente) non è sperabile da ciò che studia (la mente stessa), pertanto, le teorie prodotte vanno considerate come ipotesi provvisoriamente valide e non come teorie definitive ed esaustive sull’essere umano. Il ricorso, poi, ad una vasta gamma di categorie psicologiche e di diagnosi anche sui giovani sin dall’ambiente scolastico, rischia, troppo spesso, di produrre nei ragazzi la convinzione di esaurire le proprie risorse entro il confine di quella medesima certificazione, amputando così il cammino di curiosità e scoperta di sé che il sapere vero dovrebbero innescare.
La medicalizzazione mentale dei giovani va analizzata, allora, anche in quanto fenomeno sociale che prevede l’uso estensivo di classificazioni psicologiche e tipologiche, sin dalla più tenera età. Tale monitoraggio, compiuto in nome “del bene dei ragazzi”, non ne tutela le fragilità, ma finisce, al contrario, col potenziare il processo di normalizzazione -già analizzato dal filosofo Foucault- che applica criteri di sorveglianza e controllo alle condotte umane, andando a potenziare modelli politici distopici. Tale progetto sociale, com’è ovvio, inibisce le risorse autenticamente politiche presenti negli individui, come la responsabilità, la capacità di dialogo, la condivisione, la fiducia e la valorizzazione dei talenti di ciascuno, oltre all’azione politica.
La tendenza odierna a classificare psicologicamente gli individui e la gioventù -dunque, la società intera- si fonda, pertanto, su di un presupposto difficile da ammettere: la demarcazione tra normalità e anormalità in quanto criterio irrinunciabile dell’odierno sistema biopolitico e neoliberista, finalizzato a orientare le condotte degli individui -sia economicamente, che politicamente- in modo da espropriarli della capacità di partecipazione attiva e di analisi critica.
Il continuo scrutamento a cui la psicologia, la psichiatria, e le scienze cognitive tout court sottopongono la popolazione ed i giovani altro non sono, in un’ottica decostruzionista, che il tentativo di sorvegliare l’individuo attraverso un processo costante di auto-vigilanza, che il soggetto stesso è chiamato ad applicare su di sé, inconsapevolmente.
L’azione incessante di sorveglianza che le scienze della mente rivolgono agli individui, a partire da luoghi come la famiglia -essa stessa medicalizzata- la scuola, gli ospedali, e così via, è altresì indice di una duplice azione portata avanti dal potere contemporaneo: da un lato vi è in esso, già dall’infanzia, una volontà di controllo crescente sulle condotte individuali al fine di rendere i soggetti socialmente conformi, dall’altro, l’effetto principale di tale sorveglianza è un crescente malessere negli individui, che si riflette poi in fenomeni come la formazione di baby gang e altre espressioni di violenza esplosiva.
I giovani, sradicati e senza riferimenti già in famiglia e a scuola, costituiscono quindi le principali vittime dell’attuale trasformazione autoritaria del potere politico e degli effetti della virtualizzazione dell’esistenza. Oscillando tra rabbia e tristezza, questa generazione cerca disperatamente dei valori a cui aggrapparsi e che oltrepassino il mero materialismo in cui sono stati cresciuti, lo stesso che li consegna precocemente tra le mani di esperti della mente, pronti a classificarli e a medicalizzarli.