di Emilia Piertropaolo
“I Deaf Studies sono un campo di studi interdisciplinare che emerge nella seconda
metà del XX secolo […]. Il loro obiettivo principale è l’affermazione di una nuova
soggettività delle persone sorde da opporre al modello medico individuale attraverso
un’incessante esplorazione di nuovi framework interpretativi dell’essere sordi e un
altrettanto incessante critica delle strutture di potere esistenti” (Des Dorides 2025: 61)
Come recita il titolo, Deaf Studies: per una lettura critica della sordità di Luca Des
Dorides e Federica Baroni il libro invita a leggere la sordità in chiave critica, a partire dalle sue dinamiche sociali, linguistiche e culturali.
È una vera e propria narrazione della sordità, intrecciata a resoconti storici che per le persone sorde restano tutt’oggi vivi nella memoria e nelle mani, ancora attuali: dall’epoca dell’oralismo a quella degli impianti cocleari, che hanno contribuito a rafforzare l’egemonia della lingua parlata e dell’apporto medico. Non a caso, come ricorda Paddy Ladd, “l’oralismo è vivo e vegeto”.
“Assumendo acriticamente la parola come unico modo in cui possa esprimersi questa umanità, la civiltà occidentale ha subito la tentazione di relegare le lingue segnate nel
campo del non umano o del non propriamente umano. La sordità è stata così vissuta come scarto corporeo dalla norma e ha condiviso per secoli lo spazio simbolico delle
alterità corporee” (68)
Il saggio non si limita a ripercorrere la storia dei sordi. Lo fa solo inizialmente, per
raccontare la nascita dei Disability Studies e dei Deaf Studies (2025: 16-19), che
cercano di sottrarsi alla visione dell’“uomo in camice” che guarda al corpo “deviante”come a un corpo da correggere.
Il modello medico rimane dominante quando si parla di sordità: la interpreta come “mancanza”, come “deficit” dell’udito, collocando le persone sorde in una posizione subalterna rispetto a chi sente ed evoca la parola. Se sei “in mancanza di comunicazione”, rimani “relegato in un universo sociale limitato, chiuso sempre in te stesso” (Zatini, Zuccalà 2023: 100).
Nei fatti, questo è il primo pensiero dei genitori quando “scoprono” la sordità del
bambino o della bambina: come potrà comunicare con me? Da quel momento, le
famiglie abitano i corridoi degli ospedali insieme allo shock e alle emozioni devastanti.
Charles Gaucher, nell’articolo L’annonce de la surdité: étude de trois parcours-types
parla proprio di questo: della diagnosi, delle procedure, delle attese e delle emozioni che colpiscono una famiglia udente.

Un fotogramma del film Mandy
Ma prima di tutto, Gaucher individua ciò che definisce suspicion du parent, ossia il sospetto che il bambino non senta. E i genitori inventano modi del tutto artigianali e creativi per verificarlo. Su questo punto consiglio la visione del film britannico del 1952 Mandy di Alexander Mackendrick.
Invece di riprendere le storie dei genitori intervistati dal professore Gaucher, preferisco
raccontare la mia. Mia madre se lo sentiva che non sentivo, che ero sorda. Una volta
portata a casa se n’è accorta: aveva fatto cadere una “bacinella” e io non mi ero girata.
Poco dopo mi hanno fatta impiantare, piccola, con occhi grandi e la testa rasata. Sono
entrata nell’era dell’oralismo, quell’oralismo mai morto, fatto di logopedia e
addestramento a riconoscere suoni, parole e rumori, non con l’orecchio, ma
“attraverso” l’impianto. Questo accade soprattutto nelle famiglie udenti, che non
hanno mai avuto contatto con il mondo dei sordi e questo è il retroscena che i media
non narrano.
Il mondo dei sordi, del resto, è sempre stato guardato con sospetto, a partire dal suo
modo di comunicare: un linguaggio che ha cambiato nome negli anni, passando da
“gesti”, “mimica”, “linguaggio” alla lingua dei segni, una lingua con una grammatica, una lingua viva e corporea, capace di esprimere emozioni più delle parole parlate. Io non sono stata esposta alla lingua dei segni: per questo la mia identità la vedo“mutilata”, le mie mani sono ferme.
Eppure, non posso dire di detestare l’impianto, né tantomeno i miei genitori. Sono altre le cose che me lo fanno guardare con sospetto, invece che come a un “miracolo”, immagine che i media continuano a rinforzare. (questo è un altro discorso che qui non posso affrontare).
Il sospetto riguarda una lingua relegata solo alle persone sorde, resa invisibile,
incomprensibile, e quindi guardata dalle istituzioni come “una lingua non
controllabile” (Iacobucci, Zuccalà 2023: 107). Proprio questo sospetto emerge anche
nelle testimonianze raccolte da Des Dorides e Baroni in questa “lettura critica della
sordità”: non è la lingua ad essere “scandalosa” o “non controllabile”, è la mancanza di accesso al contesto sociale e culturale, a causa dell’inesistente accessibilità.
[…] I sordi possono fare tutto al pari degli udenti. La sola barriera è la società, è la
società che ci impone queste barriere, ma l’importante è che noi come comunità
continuiamo ad andare avanti, a lavorare per l’abbattimento di queste barriere”. (92)
Deaf Studies: per una lettura critica della sordità di Luca Des Dorides e Federica
Baroni non è un semplice saggio fatto di resoconti storici relativi alle persone sorde. È
la prova che c’è ancora bisogno di ritornare al passato per comprendere il presente.
Perché ancora oggi capita di leggere sui giornali parole come “non udenti”,
“linguaggio”, o di sentire usare “handicappato” come battuta, come se fosse normale e di decostruire le narrazioni dominanti e stereotipanti sulle vite delle persone sorde, e
dico vite, perché sono vite sociali e culturali, con una propria storia. Decostruire
l’immagine del sotto/sopra, abile/disabile, subalterno/dominante: visione utopica? Rendiamola distopica. Inoltre, ogni storia della soggettività sorda è diversa, con un vissuto diverso. E tutte meritano di essere raccontate.