
di Lina Maria Ugolini
A Federico una rosa, raccolta in sentimento durante un viaggio in terra d’Andalusia, un petalo immaginato custodito tra le pagine del mio taccuino di scrittura, l’ultimo petalo lasciato in traccia dalla Rosa Mutabilis depositaria del tempo scandito nel poema granadino diviso in vari giardini, Donna Rosita nubile o il linguaggio dei fiori (Doña Rosita la soltera o el lenguaje de las flores), scritto da Lorca nel 1935, andato in scena nello stesso anno al Teatro Principal di Barcellona, poco prima della morte del poeta.
La rosa è per una fanciulla promessa sposa del cugino costretto a lasciare Granada per l’Argentina. Appartiene a un amore destinato a restare intatto nella fragranza del desiderio, a sfiorire nell’attesa, a orlarsi di scuro nell’illusione.
Quando s’apre al mattino
è rossa come il sangue:
la rugiada non la tocca
per paura di scottarsi.
A mezzogiorno, in pieno fiore
è dura come il corallo:
il sole s’affaccia ai vetri
per vederla brillare.
Quando i passeri sui rami
iniziano a cantare
e sviene la sera
nelle viole del mare,
diventa bianca
come guancia di sale.
E quando la notte intona
un blando corno metallico
e le stelle appaiono
e scompaiono i venti
ai confini del buio
lentamente si sfoglia.
Cuando se abre en la mañana
roja como sangre está;
el rocío no la toca
porque se teme quemar.
Abierta en el mediodía,
es dura como el coral.
¡El sol se asoma a los vidrios
para verla relumbrar!
Cuando en las ramas empiezan
los pájaros a cantar
y se desmaya la tarde
en las violetas del mar,
se pone blanca, con blanco
de una mejilla de sal.
Y cuando toca la noche
blando cuerno de metal
y las estrellas avanzan
mientras los aires se van,
en la raya de lo oscuro,
se comienza a deshojar… (Fine Atto I)
La rosa appartiene alla terra andalusa, al battito del cuore e dei tacchi del flamenco, allo spirito mai domato del Duende, punto di contatto stabilito dall’anima gitana con il suolo, l’istinto a errare, la libertà di cantare ogni emozione per condividerla sulla punta delle dita in gesti d’arabesco con il cielo, le nuvole, il mare verde dell’erba, il verde amante e amato da Lorca nei versi di Romance sonámbulo.

Il verde osservato da bambino nei campi di Fuente Vaqueros, tra terra arata, acqua di fonte e filari di pioppi. Verde di carne fatto carne nella carne dal poeta, nel pianto offerto a un pioppo muto, pioppo morto, caduto in sonno in uno stagno, albero al quale Federico nel Libro de poemas (1921) scrive un’elegia da affidare al vento, su rami in corde di vento e chitarre. Pioppo vecchio… la tua elegia che è la mia.
¡Chopo viejo!
Has caído
en el espejo
del remanso dormido.
Yo te vi descender
en el atardecer
y escribo tu elegía,
que es la mía.

L’ingresso di casa Lorca
A Federico un profumo che inebria, uno stelo di spine in ghirlanda. Tra le spine la spina della scrittura, una spina che sento nel pudore di un segreto, in accordo d’aria. Caduca la vita, i petali d’ogni rosa nell’atto di lasciare la corolla, cedere, appassire in carezza sulla terra, l’umile terra, culla e mangiatoia di poesia.
Dalla natia Fuente Vaqueros lo sguardo si sposta a Granada, adagiata tra il cielo e i monti della Sierra Nevada. Città trinata dai merletti arabi, preziosa nelle fioriture sontuose del Barocco a mostrare altri ricami su ventagli, dati in onda al sospirare triste di Donna Rosita nel vedere le manole allegre a passeggio per calle d’Elvira che in tre o in quattro se ne vanno all’Alhambra sole.
Mantiglie sulle chiome, scialli sulle spalle di fanciulle, sulle Madonne in trono nelle chiese avvolte da olezzi di rose vergini e immutabili offerte al divino nella passione della devozione. A Federico d’ogni rosa resta la spina che ferisce, penetra sulla pelle nel profondo del cante jondo. Tramuta il sangue in versi d’inchiostro.
Il nome di un’altra Rosita ma forzata al matrimonio ritorna nel Retablillo de Don Cristóbal (1931) farsa guignolesca legata al burattino di Guignol, ardito nel lottare contro i potenti, espressione di grazia e innocenza espressa in tutto il teatro ambulante della Tarumba. La poesia viene prima dell’uomo, Federico García Lorca pone l’uomo al cospetto del cuore di un bambino, bianco come la pagina che attende l’epifania della parola.
Nel prologo del Teatrino un Poeta appare in scena:
«Ecco che il tamburo comincia a suonare. Voi potete piangere o ridere, a me non importa niente di niente. Io ora me ne vado a mangiare una briciola di pane, una briciolina che mi hanno lasciato i passeri, e a stirare gli abiti della compagnia. (Guarda se lo stanno osservando.) Voglio dirvi che io so come nascono le rose e la generazione delle stelle del mare».

Fuente Vaqueros, 14 febbraio 2026
Il Poeta sa come nascono le rose e come le rose sfioriscono. Sa di rose e stelle di mare, le stelle sono d’acqua, gocce d’acqua sul cuore a fare compagnia a lune e ventagli. Una rosa colta in un giardino di Granada per Margarita Xirgu, colei che diede vita a Mariana Pineda nel 1927 al Teatro Principal con le scene dipinte da Salvador Dalì. Ogni rosa tiene un pettegolezzo d’acqua e un dolore di stella viva, lo scrive Federico, si legge oggi su una parete della piccola casa di Fuente Vaqueros.

Fuente Vaqueros, 14 febbraio 2026

In quella casa un pozzo e un secchio, una culla, un pianoforte, i disegni innocenti del poeta ricamati dalla pazienza delle sorelle con altri aghi, altre spine.


Il tempo sulla Rosa Mutabilis segna un mattino di sangue, un mezzogiorno di corallo, una sera pallida come guancia di sale. Per Federico racchiude il destino di un martirio pari al cammino simbolico e malinconico dell’Amargo, dialogo inserito nel Poema del cante jondo (1921-22), presagio del suo percorso di morte verso il paesino di Viznar. Davanti al plotone dei falangisti Federico «lloraba como un niño».
Il corpo del poeta giustiziato sotto un ulivo e disperso, sbriciolato in petali nel vento, avvilito.

Disegno di Federico García Lorca
A questo corpo mai trovato, la sua rosa.