Visioni e testimonianza ne L’ora del sole medio. La poesia di Antonella Rizzo

di Gabriella Grasso

 

Rileggo L’ora del sole medio, ultima raccolta di Antonella Rizzo (ed. I Quaderni Del Bardo, 2023), e mi appresto a scriverne, mentre dai giornali e dalla rete mi raggiungono e mi assediano notizie di morti e di guerre, fotogrammi già visti troppe volte, squarci di dolore che si imprimono come visioni. Visioni, non a caso, è il titolo della poesia che apre la raccolta. L’arte è nello sguardo che sa cogliere, obliquo, e nello stesso tempo sa sentire, con la percezione del corpo e con la partecipazione emotiva. E poi restituisce, attraverso trame inattese, aprendo varchi. Visioni, appunto. L’ora del sole medio è “il momento della scrittura senza ombra”, come afferma l’autrice nella nota introduttiva, “un’apocalisse” che “giunge mentre guardi in basso / come il più cieco degli esseri”. Il momento in cui avviene un disvelamento, a cui la parola rimanda, e nello stesso tempo si presagisce una fine, un crollo imminente che resta come una realtà sospesa nell’aria, ma non per questo meno concreta: “Resta qui su quella soglia di filo ricamato e ultimo / e che non cade eppure non si impicca”. 

Edward Hopper – Ricreazione al sole mattutino.

Percepire con tutta la vasta gamma della sensorialità, non nascondersi e non chiudere gli occhi sono caratteristiche a cui ci ha abituati la poesia di questa autrice, sin dalla sua opera prima, il bellissimo Addio ai platani. Lavoratori sfruttati e prostitute, situazioni di marginalità che hanno in sé qualcosa di primordiale (come il vecchio Klaus, che sta tra cani perduti e gigli, prima che giunga “il verbo”), sirene di guerra, bunker reali benché mai dichiarati, tutto sfila davanti ai nostri occhi nella luce netta dell’ora media, nell’ “ora degli eroi perduti”,  perché “sia chiara la miseria, la malattia, l’abbandono”, affinché comprendiamo “le ragioni del morire in pace”.

Il passo successivo non sarà la rassegnazione, bensì la presa di coscienza che ha in sé i germi dell’azione: “Fuggi da questa terra / prima che ti renda pietra di inciampo / prima che ti appenda al chiodo per l’inverno / prima che ti condanni ai campi di schiavi / prima che di te faccia rima di poesia morta”. Non è semplicemente la fuga da un luogo fisico problematico, che anzi, amato nelle sue mille sfumature e nelle suggestioni che evoca, viene cantato, perso e ritrovato lungo tutto il filo del libro. Si tratta di una fuga da un modo disumano di declinare l’umanità, quando “il marcio dei giorni corre ai lati delle case […], la domenica si impicca all’attesa / e nemmeno chi sa respira”.

 Le apocalissi collettive intersecano ( o forse contengono in sé, come una struttura di frattale) quelle personali, quali l’esperienza dell’addio o la morte del padre: “Dove stai portando mio padre? […] Siamo cose gettate che raccontano storie / ai margini del pensiero dell’altro / al centro di una voce sola, perduta”. Allo stesso modo, la microstoria si rivela negli squarci biografici di  uomini e donne che appaiono e poi scompaiono nel nulla (la donna di “Diceva”, Johnny, Edda), onde di un mare più ampio, oltre la singola vita, perché l’ora del sole medio “giunge come se fossi tu l’unica viva / e dovesse insegnarti a morire. / Ma non è solo per te che giunge / perché “tu” non vuol dire niente”. Darne testimonianza non è così immediato come potrebbe sembrare, quasi una semplice sequenza di frame: la storia si snoda invece attraverso “domande [che] risalgono rapide / come gechi. / Il tempo del dubbio è straniero, / cancella ogni collina, ogni croce, ogni ricamo all’uncinetto […] e porta vocali impossibili da ospitare”.

Le ‘apocalissi minime’ di Antonella Rizzo danno corpo a questa esigenza – problematica – di testimonianza, balenando scene di morte, di distacco, di ritorno, in una spirale che non è cerchio, ma piuttosto vortice lento. Se infatti una cifra di lettura possibile per queste poesie sarebbe l’immobilità (“Ogni cosa deve crollare / invece resta immobile […]  tutto è sfinito e non muore, consuma e paga”), con l’ eterno ripetersi di violenze e patimenti, con l’irresolutezza della storia che non insegna e non salva, io trovo invero nell’opera il gesto di chi non si arrende a tutto questo, di “chi sopravvive” [e] “ha fame vera”, di chi “abbassa i finestrini e alza il volume di tutto”. E non è poco.

 

Alcuni testi

 

Odio

 

E noi che andiamo senza origine di verbo

di là dal fiume

diamo assedio alle ombre.

 

Qualcuno è venuto dall’altra parte

dove le rive si uniscono in trincee

e le soste non fanno pane.

 

Prendiamo le case e le teste bruciamo

e i denti e i cani e i tappeti buoni di storia

ogni cosa qui è nulla.

 

Due proiettili nella tasca fanno odio

e per quello che sappiamo

da questa parte del fiume nulla fa più differenza.

 

*

 

Non esserci

 

In questo luogo ultimo il vecchio Klaus divide il suo anno.

Sta tra cani perduti e gigli

ripete i giorni d’acqua nell’aria più chiara.

Il primo uomo doveva essere come lui

solo e sazio di luce.

Poi giunge il verbo e tutto scompare.

In queste mattine di vento ho imparato a stare e andare come lui.

Essere ultima come onda nell’ora del sole medio.

 

*

 

Fame

 

Ogni cosa deve crollare

invece resta immobile

tutto l’inutile è ancora qui a chiudere le porte

a farsi memoria senza aria, pietra per case.

 

Se non ci fosse più nulla da riconoscere

se sparisse l’albero dal ramo storto

e la rosa malata

ogni cosa sarebbe nuova, potrebbe pensarsi.

 

Abbiamo bisogno di distruzione,

la presenza occupa ogni spazio tra cielo e strade

impossibile ogni verso rapace

ogni predazione innocente

tutto è sfinito e non muore, consuma e paga.

 

Abbiamo bisogno di essere macerie

di quel silenzio del crollo quando chi sopravvive ha fame vera.

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