Hotel Roma

di Andrea Comincini

Dopo il grande successo di La pista Pasolini, Pierre Adrian (classe 1991) torna a raccontare un autore italiano che ha segnato il nostro secolo. Stavolta si tratta di Cesare Pavese, e il libro si intitola Hotel Roma, il luogo in cui, in una calda giornata di fine agosto, lo scrittore torinese si tolse la vita ingerendo dei sonniferi.

Adrian ripercorre la vita e la carriera del nostro partendo da Torino e dalle sue atmosfere, e attraversa lo stivale per riportare alla luce e alla memoria momenti o passaggi cruciali del percorso umano e letterario di Pavese. Da La bella estate a La luna e i falò, ogni testo rimanda a una rappresentazione, una sensazione, spesso agrodolce, e soprattutto consente allo scrittore di parlarci del suo Pavese: non un simbolo da imitare, ma un amico strano, malinconico e furtivo.

Un ritratto dell’autore Pierre Adrian

Le pagine raccolte da Adrian hanno la forza della passione, e nella descrizione della biografia dello scrittore di Torino un’esistenza geniale e complicata è raccontata tra luci e ombre, con garbo e rispetto, fino al compimento del gesto finale. Quanto colpisce di più tuttavia, in questo libretto di circa 150 pagine, non è il visibile, ma la presenza dell’assenza, dell’invisibile. Leggere e studiare Pavese, rispetto a tanti altri autori, significa accettare nel proprio orizzonte un vuoto incolmabile.

Non si può catturare un senso, né crearlo artificiosamente. Pavese è circondato da una solitudine che traccia i confini di qualsiasi ricerca, e nemmeno Il mestiere di vivere sa dirimere le nubi di un animo così confinato. Adrian ricorda giustamente Antonioni, e la sua celebre “incomunicabilità”. Ebbene, forse con Pavese, più di ogni altro scrittore nostrano, si avverte la mancanza di una tessera del puzzle, si attraversa un labirinto fra stanze buie e mura inconsistenti.

È un universo dai confini ignoti. Non si tratta ovviamente di mancanza di dati biografici né di voluta sete di mistero. Pavese è soprattutto il taciuto, il non detto fra le righe, e Adrian lo capisce con intelligenza, accompagnando il viaggio esplorativo senza cedere mai all’eccesso interpretativo. Sa anche però che l’italiano era un uomo in preda a una mania: “Alla fine alcuni suoi amici, infastiditi da questa idea fissa, questo

“vizio assurdo”, si arrabbiavano dicendo: visto che ne parla tanto, che lo faccia. Che si uccida. Pavese lo fece. Se ne dolsero” (p. 15).

E fu esattamente il 27 ottobre del 1950 che il fatto avvenne, in quella stanza 49 ancora visitabile e rimasta pressoché identica.

Morì come “un forestiero”, fu il commento di Natalia Ginzburg, ma in realtà continuò a essere precisamente se stesso, ovvero un uomo assente, dedito al lavoro meticoloso, coinvolto e distaccato, straniero in patria. Una persona, Pavese, descritta in ritratti preziosi e convincenti, accompagnata dal fedele Ventolin, l’inalatore per gli asmatici, per chi prova a respirare ma l’aria non è mai abbastanza, e così forse anche la vita, le sue bellezze a volte sfiorate ma mai abbracciate.

Parecchi amori infranti, troppe ferite che però non devono farci saltare a facili conclusioni. Il suicido è sempre un atto “incontenibile” e forse solo lo scrittore ne sa qualcosa, perché anch’egli è attraversato da forze oscure di cui forse non è nemmeno pienamente consapevole. Ma Pavese scrive, scrive tanto, annota, e se non possiamo cogliere con la vista il fondo del pozzo, di certo sappiamo quanto fosse profondo, profondissimo, e inquietante. Così Adrian immagina il proprio incontro con Pavese:

“Se avessi incrociato Pavese sotto i portici di via Po o all’ombra dei castagni di corso Valdocco, mi sarei avvicinato a lui per un “ciao”? Avrei almeno tentato di salvarlo? Frequentando quel ragazzo triste mi rendevo conto che passiamo il nostro tempo a proteggerci dalle persone infelici. Le evitiamo per paura di essere contagiati […] Ma cosa facciamo con gli infelici?” (p. 122).

Parole che trasmettono un senso di solitudine, di ineluttabilità e di profonda commozione perché confessano l’indicibile, già espresso da Pavese: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”. Sono le ultime confessioni nel Mestiere di vivere, ed esprimono non solo le ferite profonde dell’animo di Pavese, ma anche la nostra distanza, l’incapacità di poter proferire la parola giusta, quella salvifica.

Ma probabilmente non c’è e mai c’è stata. Solo “un gesto”, non distruttivo ma di redenzione, avrebbe potuto salvare Pavese, potrebbe salvare noi tutti da quel male oscuro, parafrasando G. Berto, che ogni mattina ci guarda sornione davanti allo specchio. Così non fu.

Adrian conclude il libro senza alcuna mestizia, ma con alcune toccanti parole, simili ai cieli autunnali delle Langhe: di nuovo cita Pavese, il quale dice che si scrive per l’oggi, non per l’eterno, per “sostenere la fatica quotidiana sulla certezza che quanto si fa vale la pena, è qualcosa di unico” (p. 151): la fatica di scrivere, la fatica di vivere.

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