Esoterismo e Postumano: legami e derivazioni

Historia Mundi

di Lucrezia Lombardo

L’idea che sia possibile manipolare le forze della natura, concependole come parti di “un’unità viva”, appartiene alla magia che, a propria volta, affonda le radici nelle antiche tradizioni rituali provenienti dall’Oriente, dalla civiltà egizia e persiana, oltre che da scuole di pensiero come la teurgia, il pitagorismo, l’ermetismo e la gnosi. L’uomo, all’interno di simili concezioni, sarebbe in grado di apprendere le nozioni utili a manipolare le forze della natura, pilotandole e indirizzandole per scopi specifici.

Etimologicamente, difatti, il mago magòs o magidan nella tradizione persiana- è colui che purifica, onora e sacrifica. La sua è dunque una funzione sacerdotale e viatica, in quanto, grazie alle pratiche rituali che compie, prende forma una purificazione che onora le divinità, servendosi di un sacrificio. Per comprendere meglio il ruolo del mago e gli aspetti che si legano a tale figura, occorre anzitutto approfondire tre concetti fondamentali: politeismo, dualismo-purificazione e sacrificio-iniziazione.

Il primo concetto, quello di politeismo, mette in luce il presupposto immanentistico proprio della pratica magica, che si basa sull’idea panpsichista per cui la natura sarebbe animata da spiriti e perciò viva e organica. Il mago -che è interprete di sogni, guaritore, negromante, sciamano e veggente nel senso di “colui che vede più in là degli altri” e oltre i limiti imposti dai sensi e dalla stessa ragione- basa il proprio sapere sulla capacità di decifrare e pilotare le forze naturali, che animerebbero l’intero universo, le cui parti sarebbero connesse l’una all’altra secondo analogie tra il microcosmo e il macrocosmo. 

Sebbene possa apparire lontana dall’impostazione razionale e materialista propria dell’Occidente, la tradizione magica è invece intimamente connessa allo sviluppo di alcune delle maggiori teorie che hanno segnato la storia della filosofia, tra cui l’odierna corrente del Postumano, la quale, se da un lato rifiuta ogni metafisica, dall’altro, a causa della deturpazione che attua nei confronti del vivente, finisce con l’incrementare una ricerca spirituale in termini esoterici.

L’esoterismo, del resto, è il prodotto di una concezione che disprezza la vita sua questa terra e che diffida pessimisticamente dell’uomo: per tale approccio diviene necessario amplificare le facoltà e le capacità dell’individuo iniziato, con il medesimo fanatismo con cui il Postumano intende far tramontare la specie umana, trasformando l’individuo in un cyborg, allo scopo di perfezionarlo. Il mito che fonda sia la magia che il Postumano è, difatti, il medesimo: trasformare la materia grezza in oro, secondo gli antichi precetti alchemici. 

Quale maggior disprezzo verso l’uomo, di quello che lo considera incapace di ascendere alla vera conoscenza, se non grazie a saperi elitari, che chiamano in causa forze superiori? Quale maggior disprezzo verso la persona -e quindi per il corpo, concepito come aggregato imperfetto- di quello prodotto dalla concezione magico-dualsitica e postumana?

La magia tornata, pertanto, ad occupare un ruolo preponderante nel mondo fluido contemporaneo, nelle pratiche di potere e sapere, e persino nel sistema politico ed economico attuale, ed è spesso camuffata in termini di appartenenza a gruppi specifici, che si ritiene detengano conoscenze non accessibili ai più, mentre, per le masse, tornano in auge culti pagani di tipo sciamanico e pratiche di meditazione, le più varie e ibride. 

Alla base della magia vi è dunque un presupposto politeistico, per cui esisterebbero molteplici forze spirituali intermedie tra l’uomo e la divinità, quest’ultima non più concepita personalisticamente, bensì in forma di energia che emana e che risiederebbe sin nel seme più grezzo -l’uomo, appunto-, il quale, mediante pratiche iniziatiche e saperi elitari, può riuscire a riscattarsi e a risvegliarsi. Una simile spasmodica ricerca di ciò che giace al di sotto dell’evidenza, è indice del bisogno di senso da cui la nostra epoca è affamata e lo è tanto più, quanto maggiormente le certezze dei riferimenti vengono negate.

In assenza di radici stabili e di fondamenta su cui edificare la propria personalità nella realtà ibrida e frenetica attuale, e afflitti da un materialismo radicale che non soddisfa più, in quanto non fornisce risposte all’angoscia della morte, tornano in auge dottrine che ripropongono pratiche magiche, secondo una concezione vitalistica e dinamica della natura. Ed è proprio il legame tra tale concezione vitalistica e la scienza, che ha permesso, in Occidente, la graduale sostituzione della teologia cristiana con pratiche esoteriche, che chiamano in causa la natura-organica e che risultano maggiormente accettabili, dal punto di vista razionale, rispetto a una fede basata su di un Dio-persona e su di un Dio-incarnato, che muore sulla croce e che dichiara quindi come inevitabile la sofferenza. 

Il politeismo odierno –che sostituisce all’idea di un solo Dio, quella di molteplici forze naturali e spirituali vicine all’uomo e con cui poter interagire- deve il proprio trionfo a una concezione disincarnata della libertà, che è poi il fondamento dell’Occidente, una cultura che ha ormai rinnegato sé stessa, negando le proprie radici classiche e giudaico-cristiane, per sostituire ad esse una liberazione che pone al centro la spinta di un desiderio inappagabile e l’edonismo, ovvero il simulacro della proiezione.

Tale espressione -coniata in questa sede- indica infatti l’odierna affermazione di una “cultura” che sostituisce, in modo crescente, l’universo carnale e reale con quello astratto, potenziato dalla virtualità tecnologica e dalla stessa idea di una libertà illimitata e perciò incapace di stare nel presente, in quanto perennemente proiettata in un non-ancora immaginario, potentissimo simbolicamente

Il politeismo dei nostri giorni -erede della tradizione magica analizzata- si basa, a propria volta, sull’idea gnostica per cui la materia e lo spirito sarebbero elementi inconciliabili, tanto che l’esistenza altro non sarebbe che un cammino espiatorio e ascensionale. Entro tale visione, il corpo coinciderebbe con la prigione corrotta di uno spirito dominatore e perfetto ma decaduto, per questo, affinché lo spirito si evolva, occorrerebbe seguire esclusivamente il principio immateriale, sino a liberarsi dal marciume vivente.

Tale spirito -lungi dall’essere nobilitato nella carne, dando vita ad una chiasma che, già nella Genesi, è ciò che rende l’uomo “a immagine e somiglianza del Dio della vita”– è esaltato in quanto elemento smaterializzante, che deve piegare a sé l’intero universo esistente. È da una simile impostazione che deriva il delirio della ragione che oggi ha la pretesa di soggiogare ogni forma di vita, con un disprezzo che subordina gli uomini, gli animali e l’ambiente al profitto e al potere. Del resto, tale concezione è anche alla base del Postumano e della sua fede fanatica nella possibilità di riprogrammare la natura umana e la specie, salvandole da se stesse, attraverso le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. 

In quest’ottica, nella misura in cui il corpo è la parte corrotta e corruttibile che limita il delirio della ragione e la sua volontà di oltrepassare i confini della natura (e, quindi, la morte, la malattia, la sofferenza), esso deve essere purificato. Tale pratica trova così sfogo nella fanatica credenza postumana secondo cui i corpi sarebbero modificabili ad infinitum, al pari di un gioco, di una mucchio di creta, o di un programma informatico. La purificazione della natura tout court –e di quella umana in particolare- spetta adesso alla pseudo-scienza al potere, che incanala in sé il fanatismo esoterico appena descritto, tanto da spingersi ad abbracciare l’ideologia della riprogrammazione genetica della vita dell’intera specie, mediante la riprogrammazione della vita dei singoli.

Secondo tale concezione vivere non è più un dono, bensì il prodotto di reazioni chimiche e fisiologiche, oltre che di passaggi biologici non ancora perfetti, in quanto ammettono l’errore nei termini di morte, malattia, vecchiaia e sofferenza psicologica. La pseudo-scienza esoterica posta al servizio della riprogrammazione del vivente e del dominio capitalistico, perciò, non assume più un valore conoscitivo, ma normativo ed etico, ergendosi a paladina del bene nella misura in cui ha per obiettivo salvare l’uomo dal suo destino mortale.  Lungi dal farsi metodo di ricerca capace di autocritica, la scienza posta al servizio del biocapitale è oggi una pratica dis-umanizzante, che intende epurare l’uomo dal suo più grande limite: essere, appunto, finito. 

Il terzo concetto che caratterizza l’odierna deriva esoterica insita nel Postumano e nel suo fanatismo pseudo-scientista, è quello di sacrificio-iniziazione. I due termini sono correlati poiché ogni iniziazione passa sempre attraverso un rituale sacrificale, che prevede che qualcosa sia reso sacro attraverso una rinuncia e una sofferenza-morte, che consenta l’acquisizione di un livello maggiore di conoscenza.

Il sacrificio corrisponde, in qualche modo, alla forza del negativo attraverso la quale si giungerebbe a un livello di consapevolezza più elevato. Nel sacrificio iniziatico, difatti, l’accesso a una conoscenza di grado superiore, passa sempre dalla morte di ciò che era. L’iniziato muore a se stesso, allorché intraprende la via della vera conoscenza. Questa morte simbolica, e realmente compiuta nei rituali iniziatici per millenni, è il mezzo attraverso cui ascendere, ecco perché il sacrificio -ovvero la morte- si fa strumento d’iniziazione. 

Con la sua esasperazione razionalizzante -che cela in realtà un delirio panico, irrazionalistico ed esoterico– il Postumano è disposto a sacrificare “la vita così com’è” e “l’uomo-così-com’è”, per raggiungere una condizione identificabile con la definitiva liberazione dai limiti della morte, della sofferenza e della caduta. Il mito che il nostro tempo insegue è, dunque, quello dell’onnipotenza completa. 

Superare i limiti mortali significa, tuttavia, privare l’uomo del libero arbitrio, poiché la libertà dimora esclusivamente nella possibilità di errare -in quanto non vi è nulla che sia predeterminato- mentre, di contro, non vi è libertà nell’algoritmo meccanico. Espropriato della capacità di scelta, l’uomo è concepito adesso come incapace di decidere per il proprio bene, tanto che, per il delirio postumano, la massa degli individui andrebbe riplasmata (ennesimo archetipo tratto dalla tradizione alchimistica ed esoterica).Tuttavia, ogni ri-progettazione e ri-creazione è un’uccisione condotta in nome di un’ideologia, che non ha mai davvero a cuore il bene del singolo e la vita. 

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