Stefano Adami e la “Viva voce” della rinascita.

di Antonina Nocera

 

Mi è difficile imbastire una “recensione” nel senso stretto del termine dopo la lettura di un libro così fuori dal comune come è quello dello scrittore e filosofo Stefano Adami:Viva voce, per i tipi di  Effigi edizioni,

I motivi sono molteplici, a cominciare dal fatto che non è ascrivibile a nessun genere letterario in particolare, se non quello di un resoconto autobiografico di una vicenda traumatica, relativa all’esperienza della riabilitazione post- ictica, raccontata da Adami a distanza di anni a partire dall’evento traumatico, quando  nel pomeriggio del 23 maggio del 2019 è stato colpito da un ictus.

Lo snodo della vicenda conduce all’interno di un incubo vissuto “ad occhi aperti”, rivisitato con una sorprendente lucidità, attraverso una ricostruzione a-posteriori che mantiene intatte e vivide le sensazioni e l’intero percorso di rinascita e di riconnessione con il mondo. Nell’immaginario comune, questo tipo di esperienza traumatica viene spesso connessa al buio coscienziale, alla perdita delle funzioni cognitive principali, a un grande cortocircuito con il mondo.

Il libro di Adami non solo rovescia questo stereotipo ma rimescola le carte, decostruisce in qualche modo l’assunto epistemologico del riduzionismo mente-cervello che vorrebbe ridurre le funzioni della mente alle connessioni biochimiche e neuronali, alla fisiologia del cervello. Se così fosse, la pesante compromissione che coinvolge chi subisce traumi di diverso ordine, significherebbe la perdita del “pensiero”, e delle sue connessioni col mondo, in modo irreversibile.

Innegabile che  sia un’esperienza di rottura, di disarmo assoluto. Rimango leopardianamente convinta che “il corpo è tutto”, semplificando una frase dello Zibaldone. Allo stesso modo Adami, con una lucidità che scortica, parla dell’evento trauma che ha cambiato la sua vita:

“uno tsunami, da una violentissima cesura, dallo spietato taglio di una lama su un ramo, da un allagamento dopo La rottura di una diga tipo quella del Vajont, un allagamento di sangue. Un Vajont di sangue. Nella scatola cranica.”

Mi sovviene, leggendo con voracità le pagine di questo libro, un interessante saggio di Silvano Tagliagambe dal titolo Il sogno di Dostoevskij- Come la mente emerge dal cervello, in cui lo studioso indaga il controverso rapporto tra il cervello e i riflessi fisiologici a partire da un testo di Secenov, fisiologo russo a fronte delle convinzioni  opposte espresse da Dostoevskij contro il determinismo ambientalista. Secondo Tagliagambe

” l’identità personale, la mente, la coscienza non sono proprietà a se stanti, bensì manifestazioni apparenti di atti riflessi, risposte a forze che ci fanno agire. La soggettività ha dunque la sua base nell’oggettività delle azioni riflesse: anche “prendere coscienza” è un atto riflesso. Emerge così una “logica” a base riflessa che fa svanire i miraggi e i fantasmi dell’io, delle essenze illusoriamente statiche, delle sostanze vaghe o delle identità artificiose, dissolve le illusioni della padronanza da parte del soggetto dei suoi pensieri e dei suoi atti e fa cadere il mito dell’autarchia interiore.”

Di contro, Dostoevskij fu l’autore russo più avverso alle teorie fisiologiche e deterministiche, e in romanzi come L’uomo del sottosuolo o in alcuni passaggi de I fratelli Karamazov, la polemica diventa anche pseudoteoria: il sottosuolo e la vera vita che pulsa al di sotto della coscienza razionale, emergono con  tutta la preponderanza, spalancando un terreno brullo dove il simbolico, l’ancora non teorizzato inconscio, brulicano in questa interzona psichica. Ivan Karamazov giustamente combatte contro l’idea troppo riduttiva di un cervello fatto solo di impulsi

“Immaginati che qui nei nervi (che il diavolo se li porti) ci sono certe fibrille; […] Ecco perché io percepisco e poi penso…grazie a quella fibrillazione e non penso perché io abbia un’ anima e sia fatto a immagine e somiglianza , tutte queste sono sciocchezze […] ma tuttavia rimpiango Dio!”

 

Un pensiero che Nietzsche riprenderà negli aforismi proprio intorno al rapporto tra scienza epistemologica e filosofia della mente. A rompere le certezze epistemiche premono Raskol’nikov, L’uomo del sottosuolo, Dmitrij, con tutto il carico di impulsi e imperfezioni: accade il fallimento del diritto positivo, la Metafisica puntellata dalla sofferenza di Ivan, l’anima ampia e irriducibile dei Karamazov.

Un ritratto dell’autore Stefano Adami

Nella vicenda di rinascita che Adami narra in questa sorta di ricognizione autobiografica, è possibile rintracciare un’energia psichica che probabilmente rivela molto di più degli studi di neuroscienze, finanche i più sofisticati e all’avanguardia.

La storia di Adami non è solo quella di una incredibile ripresa dopo l’inferno dell’ictus, non è soltanto il resoconto virtuoso del percorso di riabilitazione condotto seguendo le illuminanti teorie del team da cui è stato seguito negli anni della riabilitazione.

Adami ha letteralmente ricostruito il suo mondo, il suo immaginario, con una grammatica riciclata, rifondata secondo basi funzionali, rinverdita da nuove sfumature e sensi, una vera e proprio mitopoietica che ha attinto da una mente ad alta funzionalità, si direbbe in gergo tecnico. Con un grande bagaglio culturale e con l’utilizzo di tutte le molteplici “intelligenze” di cui è capace il nostro cervello, con una semplificazione – forse –  più  efficace.

A cominciare dal “nominare” cose e oggetti, operazione preliminare ad ogni approccio meravigliato di fronte al nuovo, come si addice al thaumazein delle origini.  In questo rinominare il mondo mi sovvengono gli  esiti dell’originale lessico di Mari in Leggenda privata,  con quello scarto ironico che si produce allo stridore di registri lontani, neologisimi, incursioni nel vernacolo e risalite nell’aulico.  Passate al setaccio del nuovo lessico, le persone, i medici, gli operatori  diventano personaggi, maschere di un mondo nuovo:

Tra le varie opere e visioni che Mastro, Cerebello mi proponeva per passatempo nei miei illimitati, infiniti secondi in T I c’era anche questo bello e struggente film sovietico, MOSCA NON CREDE ALLE LACRIME. Bello e vero. Come gia vi dicevo, il Grande Timoniere Grigio spesso si buttava a rileggermi lento pede, in stile Radio tre RAI, libri amati e a lungo ripensati. Per esempio questo tesoro di riflessioni, che mi fu molto, molto utile mentre affondavo nel letto di terapia intensiva. Per capire cosa mi era successo, cosa vivevo. Per capire fondamenti e radici della profonda unita e impasto mente /corpo.

Come Odisseo che  applica tutta la gamma di ciò che oggi viene definita dalle neuroscienze, l’intelligenza multipla, l’autore da fondo a tutte le possibilità della mente di reinventare una grammatica logica, cinetica, emotiva. Dante aveva compreso quanto questo avanzamento di “coscienza” fosse disturbante e tracotante nei confronti dei limiti culturali imposti dall’epoca. Non avrebbe altrimenti sanzionato l’eroe omerico.  Il passo successivo è stata la scrittura post-ictica.

Scrivere per riconoscersi nella parola fondativa, l’esserci al mondo; la scrittura conserva gli errori, le sgrammaticature, che a me piace definire scarti creativi:

Lei sta attraversandomun grande momento vedi lutto. L’ emorragis cerebrale non ha solo ucciso delle sue abilita fisiche, ma anche la sua anima, il suo spirito, la sua vita interiorre. Dobbiamo impedire che tali cambiamenti diventino strutturali, che diventino strutturali, desertificanti. Guai a chohbjo fa crescere desert too fesetrt8 diceva nietedgvvje, e lui la sapeva lunga sul vivere nei deserti. E io le dicevo che picchiarmi bersi injuu] tole. Mi avrebbe solo fatto vkltivadrvovdio, lfkmryttenduvlavoroo per tutti.

Il grande potere eversivo del riso accompagna  la lunga degenza riabilitativa di Adami, il cammino spesso tortuoso nei meandri del centro di riabilitazione di Marina di Grosseto. Come dice Bachtin  il riso ha il potere di rappresentare il mondo alla rovescia, nel processo di carnevalizzazione enunciamo la parola che deve essere ancora detta, uniamo il perturbante al comico, ribaltiamo la logica binaria degli eventi.

Le micro resistenze ironiche e parodiche di cui è intessuto questo libro, hanno il magico potere di ribaltare la visione del malato e di rifondare anche una nuova modalità della riabilitazione.  Si può e si deve fare parodia del dolore, la morte va raggirata col sorriso.

E’ indubbio che il grande bagaglio di immagini, libri, processi logici, abbia contribuito alla quasi miracolosa rinascita dopo un evento che nella stragrande maggioranza dei casi determina delle menomazioni importanti. Il resoconto di Adami è anche un coltissimo centone di citazioni e riflessioni su grandi classici della letteratura, della filosofia, che rifioriscono nella selva dei ricordi di infanzia, adolescenza e maturità. Ogni tassello ha un senso profondo, linguaggio e scrittura post-ictica rivelano una straordinaria potenza creativa.  Ogni pensiero è pietra di inciampo, atto di resistenza nei confronti di uno psicologismo spiccio:

E per quanto riguarda la poesia, si attacchi stretta almeno a questi quattro n;nomi. Rilke, Rainer Maria. Hoekderlin, Fredrik. Poi gli inglesi. Eliot, Thomas zteRnd. Auden, Wystan Hugh. Ecco. Legga bene queste cose.

Spesso ci si imbatte nell’annosa domanda : “A cosa serve la letteratura?” In questo caso la risposta lampante è quella di salvarci e salvare, dall’oblio del tempo, della dimenticanza, dalla caducità. Questo libro ha un immenso potere salvifico, una potenza espressiva che viene dal cuore della mente e che abbaglia letteralmente con la sua aura di speranza.

 

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