Francesca Marzia Esposito – Materiali resistenti –

Version 1.0.0

di Gianfranco Cefalì

Come in un labirinto. Pieno di pensieri, di idee, di paure, di scuse, recriminazioni, orgoglio e sentimento, di stradine contorte e amore e odio, di cause ed effetti, forse di verità e bugie, di luce gelida e ombre affilate. Trovare l’uscita, con tutte le sue svolte, i suoi angoli, i suoi muri, non è semplice. Mi chiedo: dovrei pensare come Calvino?, scriveva nel suo la Sfida del labirinto: che poiché il mondo moderno è un labirinto di possibilità, incertezze e pericoli, l’atteggiamento più giusto e più umano è quello di chi ci si avventura dentro con coraggio, opponendo la forza della ragione e dell’arte all‘avanzare distruttivo e insensato del caos.

Forse sto correndo troppo e per capire ho bisogno un attimo di semplificare, di rendere tutto più accessibile. Il labirinto però rimane nella mia testa, ma il pensiero si sposta su Jack Torrance, all’Overlook Hotel, al suo labirinto, quello che si guarda in miniatura e si ha la sensazione di capirlo, di domarlo, di saperne trovare l’uscita. Poi arriva la realtà, all’esterno, prima verde nel gioco, poi ghiacciato nel finale, in un bianco incandescente e che in qualche modo ritroviamo anche in una Milano straziante, in un inverno inclemente che sembra spegnere tutti i colori, una Milano che dobbiamo immaginare virata in un bianco e nero in stile Bergman.

E qui però ci troviamo dinanzi alla follia, un labirinto che fa da piedistallo all’imbarbarimento dell’uomo; ma è di pazzia che vogliamo parlare? È follia quella dell’amore e delle sue infinite conseguenze? Anche dell’abbandono? Non saprei, non abbiamo una risposta univoca, non abbiamo nessuna certezza. Allora mi viene in mente un altro labirinto, il labirinto di Cnosso: il re di Creta Minosse commissionò a Dedalo la costruzione del labirinto per farvi rinchiudere il Minotauro.

Anche questa è una storia nota, come nota è anche la fine, ma qui siamo nel campo del mito, del sovrannaturale, della favola. Abbiamo intenzione di mitizzare qualcosa? Abbiamo bisogno di raccontarci le favole? E soprattutto, è bene mitizzare i nostri rapporti? È bene mitizzare l’amore fino a renderlo trasparente, impalpabile, intoccabile? E l’abbandono cosa sarebbe? Una declinazione passiva?, inversa? Un contraltare? No, anche in questo caso le risposte varierebbero in base ai punti di vista e alle situazioni. 

L’esistenza umana è formata da due grandi sfere, due globuli enormi in cui si mescolano vita e morte, e all’interno di questi, come fossero strade labirintiche, si manifestano le varie direzioni, le varie strade, e una di questa è l’abbandono. L’autrice ci parla proprio di questo e lo fa tracciando la strada di tre donne, la prima è Quintana, e potremmo parlare di protagonista principale, poi abbiamo Leona e infine la ragazza sfinge, ovvero Cora.

Per Leona e la ragazza sfinge la comprensione è di sicuro più semplice, Leona, che con i suoi abiti svolazzanti sembra avere quel qualcosa dell’animale, della criniera o del manto animale che arriva prima della sua presenza, anche lei abbandonata, si butta nella ricerca di qualcosa, e principalmente nella ricerca di un significato dove sembra non esserci altro che parole scombinate.

Cora, la giovinetta, è la ragazza sfinge, anche lei aspetta di trovare o meglio di ritrovare qualcuno, una persona importante, aspetta come una sfinge, immobile, assente, enigmatica, giovane e trasandata, come se il resto del mondo non avesse più importanza.

E adesso possiamo ritornare a Quintana, che a un certo punto viene chiamata Quin, un ipocoristico, una modificazione fonetica, solitamente un raccorciamento di un nome proprio di persona, che dà una risposta precisa, l’essere una regina, ma regina di quale regno? Di cosa? Di un castello? Di una città? Di un amore? Di un abbandono?

Ma lei è una e trina, come tutti gli spiriti umani. Quintana come la giostra, come il gioco, come prova da superare in un torneo, come abilità da destreggiare cavalcando, bardata con elmo, e lancia pronta a colpire. Lei cavaliere pronta al gioco e alla battaglia. Quintana come separazione, come distanza, come angolo tra due truppe, come segno che marca la distanza, una distanza da rispettare e mantenere se si vuole rimanere coerenti e non cadere nel caos. Quintana come malattia infettiva, chiamata anche febbre delle trincee perché osservata in forma epidemica durante la Prima guerra mondiale, caratterizzata da accessi di febbre della durata di uno due giorni e che si ripetono periodicamente per due tre settimane dopo “cinque” giorni di intervallo (ecco da dove deriva il nome!).

Dolore e febbre, malattia e guarigione. Queste tre donne non sono amiche, ma i loro labirinti si incroceranno. Gli eventi prenderanno una diversa piega durante una visita a una fabbrica dismessa, alla ricerca delle parole e dei segni giusti, la fabbrica come labirinto che cambierà dopo un evento climatico eccezionale e che trasformerà la visione del luogo, la notte sarà percepita come labirinto spettrale e senza uscita, il giorno, al risveglio e con il clima finalmente cambiato, sarà una normale architettura distrutta e abbandonata, in cui non ci sarà più posto per la paura. Il risveglio sarà in una Milano stordita e deserta in cui camminare è leggero.

E noi fino alla fine assisteremo a un’ossessione che si allarga, si restringe, muta e cambia forma, instabile, che scivola via e cerca di aggrapparsi, che vuole essere abbandonata, vuole risorgere. È un saliscendi la mente di Quintana, in cui l’ossessione si manifesta con l’uso spasmodico dei social, in un controllo, voyeurismo sfrenato, ma non fine a sé stesso e neanche declinato nella malattia, o meglio, potrebbe sembrare qualcosa di malato, ci prova anche ad andare da uno psicologo, per togliersi Mauro dalla testa, la terapia si rivelerà inefficace, ma specificatamente è come se non partisse mai, in cui le prime sedute si ripeteranno come dovessero ricominciare sempre daccapo.

Mauro nel testo è l’unico personaggio maschile ad avere un nome, che tra l’altro svanirà nel corso del romanzo finendo anche lui con un’iniziale puntata, come lo psicologo. Un altro uomo sarà baffone, qui l’autrice ci porta nel paradosso e crea un movimento Pro-Cement. Ma quello che più colpisce di Francesca Marzia Esposito è la sua scrittura, chirurgica (non mi piacciono mai questi termini abusati, ma qui mi serve per far comprendere l’enorme bravura nell’utilizzo delle parole, riuscendo a dosare la scrittura nel suo essere cruda quando serve, sfacciata, resistente, ipnotica e molto ispirata, lirica quando la storia lo permette, sembra che non ci sia una singola parola fuori posto), siamo nella testa di Quintana, e l’autrice riesce a farci capire cosa siano, chi siano, i materiali resistenti. Il libro parla dell’abbandono e della resistenza, dell’ossessione che può nascere e del conflitto interiore che scaturisce da queste due forze.

Non solo, perché riesce a tracciare e a esprimere concetti interessanti, senza il bisogno di migliaia di pagine per sferzare la mente del lettore con alcune idee. Abbiamo detto dell’uso dei social che fa parte del tutto, il gruppo attivista è un altro risvolto interessante, che ci fa capire bene i paradossi della società contemporanea, il fallimento dell’analisi psicologica è un ottimo spunto che meriterebbe approfondite riflessioni, parla di arte e della sua conservazione, senza contare i rapporti di coppia e tra gli esseri umani e naturalmente il ruolo della donna in un romanzo che come avete potuto capire è tutto al femminile.

Dopo la sua parentesi saggistica con il suo bel libro Ultracorpi, Francesca Marzia Esposito ritorna al romanzo e con questo suo nuovo lavoro si conferma una delle voci più interessanti del panorama letterario italiano.

2 pensieri su “Francesca Marzia Esposito – Materiali resistenti –

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