Altro da Palermo- di Michele Burgio

di Antonina Nocera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ammiccante già dal paratesto  – una copertina che incrocia tre R negli spigoli di una figura geometrica  – il nuovo romanzo di Michele Burgio, per i tipi di Ianieri edizioni inaugura una cifra più esistenziale e ruvida, che tocca corde intime, sapientemente dosate da una scrittura elegante e mai eccessiva, lontanissima dall’espressionismo monocorde di certa letteratura contemporanea, avvinghiata a pratiche autoreferenziali, in odore di psicodramma, di confessione egotica.

Burgio intreccia tre storie, incastrate nella struttura “a scatola cinese” in cui  le vite di  tre uomini il cui cognome inizia per R si trovano a collimare per caso, come spesso accade nella vita, nel flusso degli eventi di cui non abbiamo nessun controllo. Rizzica, Ruvolo, Romanò sono tre personae nel senso originario del termine, tre maschere di  un unico atto scandito in tre momenti, dove una voce onnisciente, cui è affidata la narrazione, scandaglia i passaggi salienti delle tre personalità, caratterizzate da un’attitudine raziocinante e meditabonda, ciascuno a suo modo, chi per la strada della dissimulazione, chi per un’autoconfessione scomoda.

Il  magistrato Rizzica vive la parte sbiadita della sua esistenza, quella che si affaccia  come le nubi livide di un crepuscolo, dopo il fulgore della carriera, delle tangenze scomode, della giustizia che deve fare i conti con quel sottobosco di connivenze, imposture, brogli e pasticciacci di un’epoca non troppo lontana, quella degli anni novanta, quando essere magistrato a Palermo era una scommessa con la vita, in guerra con un nemico che stava ovunque, ma che era indicibile, indecifrabile, o volutamente ignorato.

Esiste un riferimento storico che ha ispirato la storia di Rizzica –  ci tiene a dire l’autore – e mi pare di intravedere anche una fisiologica vena “sciasciana”  ad accompagnare la storia  di un errore giudiziario, che travalica le aule di giustizia per diventare microstoria, nelle vicende del figlio di un povero cristo divenuto pedina di un potere maligno di cui ignorava gli ingranaggi.  Fa capolino  il Riches de  Il contesto sciasciano, come rimando concettuale, sebbene qui con tutt’altra tempra e riferibile a questo tipo inusitato di “uomo di tenace concetto”, che a suo modo è il magistrato Rizzica:

“vedi Pietro, io ho molto rispetto per il tuo dolore. L’errore giudiziario è ciò in cui nessuno di voi vorrebbe incappare, e quando succede, è per noi stessi una sconfitta, un tormento. E’ come una malattia che non ha ancora, di cui hai il terrore di ammalarti,  e dalla quale cerchi di sottrarti. Fai di tutto per evitare le abitudini sbagliate, ti nutri al meglio, pratichi il giusto sport. Poi c’è un momento in cui non sai come, ma qualcosa va storto. […] Credi veramente che un professionista sbagli volontariamente?”

Con lo stesso scandaglio privo di indulgenze, Burgio interseca la storia di Anna, (domestica del magistrato Rizzica)  e del professore Ruvolo. Qui, la storia si avviluppa intorno a un vagheggiamento erotico, ma più di intelletto in verità, in cui la più classica delle situazioni, si screzia di inaspettate sfaccettature; il setting è quello scolastico,  delle scuole serali, frequentate da studenti lavoratori, spesso adulti che non hanno potuto completare gli studi ordinari. Ruvolo la osserva, la segue, la  immagina sua,  tenta la  seduzione con la goffa improntitudine dell’inetto (più Saba che Pavese) e ne esce sconfitto, irrimediabilmente:

“nel frattempo, nascosto dalla vetrata del bar, riusciva a ritagliarsi del tempo per rimuginare senza sosta. Tracciava bilanci,  ripercorreva gli errori della sua vita, mandava giù insoddisfazioni.”

Il gioco abile di Burgio è quello di mascherare gli intenti dietro il paravento del professore imborghesito che fa il suo dovere, timbrato il cartellino delle pratiche coniugali; dietro gli argini di una tollerabile normalità, delinea, con efficaci e brevi pennellate, il mostro riprovevole. Viene qui in soccorso un altro elemento del paratesto, in questo caso l’esergo del romanzo nella citazione di  Claudio Lolli: “nessun uomo è un uomo qualunque”.

Intento a rinverdire un’esistenza bolsa e ingrigita, il professore è la pedina di un meccanismo di violenza sottaciuta e passiva che alligna segretamente, come nel sottosuolo dostoevskiano dove l’impiegato più ordinario diceva:

ci sono cose nella memoria di un essere umano cose che egli non rivela a tutti ma solo agli amici. Ci sono cose che egli non rivela neanche agli amici, ma solo a se stesso,  e in gran segreto. E infine ci sono cose che teme di rivelare perfino a se stesso.

 

Prende l’abbrivio la terza storia, inanellata con un fulmen  in cauda alle due precedenti: entra in campo Romanò, portiere dello stabile da cui tutto ebbe inizio. Un altro spaccato dei costumi nostrani, del “tipo” di pratica cui abbiamo probabilmente assistito, volenti o nolenti, nel corso della nostra vita: lo scambio di voti e favori raccattati tra la gente nomale, quella che crede nel sogno della raccomandazione  salvifica e che poi viene abbandonata a sé stessa.

Romanò ci crede, fortemente, fino alla fine, che quel politico altisonante possa cambiargli la vita. Invece, sarà il destino, o quell’incrocio maledetto di R – che è la vita – a fornirgli la risposta.  Si ha la sensazione, a leggere questo romanzo tripartito, che il riscatto sia possibile a condizione di accettare la vita dentro la morte, come prescriverebbe il senecano morimur cotidie.

L’inversione dei termini esistenziali dei personaggi di Burgio:  l’eros come antidoto alla morte di Ruvolo, l’etica del sacrificio come extrema ratio di Rizzica  e  il lasciarsi vivere degli inetti alla vita di Romanò, rendono questo romanzo ruvido, scomodo nelle intenzioni, nell’indagine lucida e veritiera degli abissi umani.

La scrittura di Burgio, elegante, ricca di termini inusitati per questi tempi di barbarie linguistica, opera per sottrazione: niente esagerazioni, con la sua prosa lenta e possente che concede sul finale delle increspature, vergate con un’ attitudine gnomica, che non prescrive, ma suggerisce.

Ultima,  ma non certo per importanza, la città di Palermo, vero e proprio quarto personaggio del romanzo, che erompe in immagini vere, intense, del tutto prive di edulcorate lambiccature, anni luce dalla patinata Palermo felicissima, la città dell’inciampo, tra rancore e sottomissione, come direbbe Bufalino, illuminata in frammenti dipinti alla maniera del testo pietroburghese, dove il riscatto e l’abisso si alternano furiosamente, senza concedere respiro.

Una Palermo che ha cambiato volto, nel tempo che mostra le sue cicatrici senza pudore, che vive di soglie, limiti impensabili per qualunque altra città, come quello dei quartieri bene, separati dai bassifondi da pochi metri di cemento, dalla fatiscenza e della bellezza dei vicoli, degli odori, anche nauseabondi, mischiati agli effluvi miracolosi degli intingoli agrodolci. È la Palermo metafisica dei fantasmi agostani, quando si spopola e tutto appare spettrale, e ci si rende conto che quella stessa umanità brulicante che la uccide, viene a sua volta divorata. Lontano dai fulgori, il quarto personaggio è quello che diviene metonimia assoluta di uno stato del vivere, che brilla di quella luce indecisa e abbacinante che noi sappiamo.

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