
di Lucia Manelli
La fortuna degli antichi, che tutte le mattine andavano con un orcetto di bossolo alle case degli dèi a domandare che bastasse quel giorno, un frammento della divina armonia, in qualche modo l’abbiamo anche noi, grazie alla presenza delle nuove voci della narrativa.
A questo pensavo, mentre chiudevo un volume dal titolo D’olio e di miele (Divergenze 2024) e andavo a trovagli un posto sulla mensola dei “racconti vivi”. Lo avevo girato a lungo fra le mani, in libreria, incuriosita dal colore sfumato della copertina e dalla rapida sinossi. Armata di obiettive cautele l’ho lasciato decantare un paio di giorni su un vecchio comò, finché mi sono decisa.
L’incipit non era male per una autrice nata nel duemilasette, anno in cui mi laureavo pur senza essere in grado di scrivere in quella maniera, e il prosieguo si è rivelato anche meglio. Sarà che io amo la narrativa territoriale, senza la quale non vi sarebbe quella “internazionale” per mancanza di punti d’appoggio, ma la ricerca storica di Giulia Colacicco include anche i caratteri e l’atmosfera di un territorio, la psicologia sociale di chi lo popola tra accenti comici o pieni di una sensibilità dolorosa e gentile. A sorpresa c’è anche uno stile pulito; e non me ne voglia l’autrice, ma a diciott’anni – pregiudizio per cui battermi il petto? – era l’ultima cosa che mi sarei aspettata di trovare.
Negli scambi di sguardi e di parole, nella “paesanità” del contesto e certe scene che rimandano ai teatrini di provincia, quelli dove o reciti più che bene o ti fanno vergognare di averci provato, ho visto una scrittura molto sorvegliata, che forse per tenere a bada la fantasia si impone una regola francescana di povertà, ma si spende per la realtà che racconta. Una realtà anch’essa povera, scabra, tenace come l’olivo e al tempo stesso gentile come il miele al palato.
Un richiamo al titolo e un invito alla contemplazione, a fermarsi e rileggere le righe per evocarne gli scorci, gli orizzonti, siano essi gli angoli pittoreschi di una cittadina delle Murge (Santeramo in Colle) o gli interni della casa della burbera Rosa. E poi la fiamma che arde silenziosa fra una manzoniana Lucia, figlia del carbonaio del borgo e Carmelo, rampollo di famiglia non facoltosa ma comunque meno umile.
Tra pettegolezzi, sospetti, scintille e ribaltoni, dopo u
na fuga dei due giovani i parenti finiranno in tribunale; un tribunale che sa anche qui di sketch, con avvocati e magistrati pronti a ridere dei contendenti e un parroco bizzarro a tentare di riportare la pace.
La freschezza del risultato non viene solo dalla piccola umanità rusticana, ma proprio dalla capacità dell’autrice di dosare gli scorci drammatici e quelli più lievi, restando sobria nel tocco e negli effetti smorzati, come fosse accanto al lettore, pronta a riparare con una mano la luce troppo viva della sua immaginazione. Ne risulta una scrittura svelta, che fa della lingua un esercizio naturale e arriva subito al “dunque” incisiva, scolpita, senza immolare nulla all’altare della leggerezza.