Di Bernardo Puleio
Premessa: I Romanzi storici e civili e il metodo Camilleri
Siamo talmente abituati al simbiotico accostamento Camilleri-Montalbano da avere quasi dimenticato che Camilleri, prolifico scrittore, è autore di racconti di tipologie e strutture variegate. Dopo gli esordi del 1978 (Il corso delle cose, da cui nel 1979 fu tratto uno sceneggiato televisivo (La mano sugli occhi), nel 1980 presso i tipi dell’editore Garzanti viene pubblicato Un filo di fumo, che segna l’inizio dei romanzi storici e civili. 
Parafrasando uno degli ultimi gialli che vede protagonista il commissario Montalbano, Il metodo Catalanotti (2018), in cui il commissario è chiamato ad indagare sull’uccisione del regista Catalanotti, che adoperava metodi inusuali e scorretti nei confronti degli attori con cui collaborava, allo stesso modo si può dire che Camilleri ha inventato un approccio inusuale e “scorretto”, ma, genialmente proficuo, nei confronti del romanzo storico.
Se la lettura di un testo implica, in primo luogo, un sotterraneo patto tra l’autore e il lettore (e la capacità e la volontà di quest’ultimo di aderire alla finzione letteraria che gli viene proposta), il lettore dei romanzi storici di Camilleri deve preliminarmente fare tabula rasa di quello che è o potrebbe essere il codice identificativo del genere romanzo storico. Ammesso che si possa parlare di un codice identificativo di un genere che, da almeno duecento anni, attraversa, con successo, la letteratura mondiale.

Camilleri, infatti, nei romanzi cosiddetti storici scardina qualunque elemento connotativo della tradizione del genere letterario. Aspetto, questo, che va ben al di là dei sia pure inusuali romanzi gialli, perché in definitiva, anche se il commissario Montalbano ha delle peculiarità tutte sue, non viene meno il patto letterario tra l’autore e il lettore del genere dei gialli che consiste sostanzialmente nella ricerca e poi nell’assicurazione alla giustizia e nella punizione dell’assassino.
Qui invece, nei romanzi storici, l’assassino è proprio Camilleri.
I romanzi cosiddetti storici di Camilleri hanno infatti ben poco di storico. Innanzitutto, perché le fonti vengono spesso travisate o non esistono affatto o vengono ricostruite fantasiosamente anche quando ci siano dei ben precisi riferimenti storici. È una libertà, questa, che l’autore rivendica con sicuro orgoglio.
Se a ciò aggiungiamo anche l’utilizzo di espressioni della lingua “inventata” dall’autore, espressioni tipiche del linguaggio parlato, uso diffuso del turpiloquio, caratteristiche non certamente proprie del genere letterario storico che, ha, per così dire, una sua austera, rigorosa e letterarissima tradizione, ci imbattiamo perlopiù in testi che costituiscono la parodia del genere storico, che forse è uno degli intenti che ha voluto comicamente realizzare l’autore, ma che, al tempo stesso, mantengono una logica e una serietà e, paradossalmente, sembrerebbe una attendibilità storica non indifferente.

Attendibilità che non va verificata nel riscontro oggettivo e preciso dei documenti d’archivio che non esistono o sono reinventati, ma piuttosto nella capacità che Camilleri ha, quando analizza la storia di Sicilia che permea di sé i romanzi storici, di riscontrare in una maniera assolutamente attendibile (che è figlia e frutto di una accurata preparazione storica) le connessioni tra le epoche, con particolare e reiterata attenzione alle vicende postunitarie, investigando, come se si trattasse di un giallo storico, le attese e le aspettative delle classi sociali che hanno recitato sul palcoscenico delle res gestae.
L’ultimo tra i testi storici di Camilleri, La rivoluzione della Luna, pubblicato da Sellerio nel 2013, risulta una miniera interessante di curiosità, di fatti poco noti in una sorta di riabbraccio nel nome del padre “Sciascia”.
Intanto la vicenda narra un fatto storico realmente accaduto e poco noto: nell’aprile (non nel settembre, come scrive Camilleri) del 1677 alla morte del Viceré spagnolo don Angel de Guzmàn, prende ad interim il potere, su indicazione testamentaria dello stesso viceré, la moglie, la marchesa Eleonora De Mora.
Poiché spettava al re il compito di nominare il viceré e la carica vicereale non consentiva un possesso di tipo privato di una funzione che era invece pubblica, la designazione testamentaria di un governatore interinale non era legittima, ma, come osserva lo scrittore nella nota finale, era già accaduto che un viceré nominasse pro-tempore un delegato a succedergli.
Secondo Camilleri, Guzmàn avrà esplicitamente nominato la moglie, per evitare che nelle more di una nuova designazione accedesse all’incarico, il cardinale di Palermo Portocarrero, che invece, fortemente, avrebbe aspirato proprio allo svolgimento di quella funzione. Camilleri precisa di essersi imbattuto nella figura di Donna Eleonora, leggendo un libro di Francesco Paolo Castiglione intitolato, Dizionario delle figure, delle istituzioni e dei costumi della Sicilia storica; in questo testo si fa un minimo riferimento a Donna Eleonora

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Suscitata la curiosità, per approfondire maggiormente l’argomento, lo scrittore ha letto la Storia cronologica dei viceré, luogotenenti e presidenti del Regno di Sicilia, redatta da Giovanni Evangelista di Blasi, lo zio del celebre avvocato Francesco Paolo, eroe assoluto de Il consiglio d’Egitto di Sciascia.
Non mi soffermo sulle lunghe e complicate connessioni di ordine giuridico che la elezione ad interim della viceregina crea (mi permetto di rimandare al mio saggio La rivoluzione della luna e il governo donnesco contenuto in V. Lo Scrudato, M. Pintacuda, B. Puleio, Camilleriade, Multimedia, Bologna, 2023).

Di fatto, la corona spagnola non ratifica l’elezione ad interim della viceregina, che non viene mai menzionata tra i viceré di Sicilia: e da ciò si capisce perché nessuno storico ne parli. Formalmente non è mai stata viceregina con poteri di governo.
D’altronde nel capitolo finale (p. 262), Camilleri dichiara una cosa storicamente falsa e incoerente con la volontà della corona: inserisce una lettera proveniente da Madrid in cui viene effettuato un pieno riconoscimento dell’operato svolto dalla marchesa che ha ben meritato.
Quanto al divieto espresso dalla corona circa l’assegnazione alle mogli del viceregno ad interim, occorre fare una precisazione. Certamente il divieto, ricordato come ammonimento anche al Sacro Consiglio, trae ispirazione dal caso specifico ma lo trascende assumendo carattere generale.
Il vulnus sessuale, inaccettabile per Madrid e la Chiesa, di una donna a capo della Legazia, quindi a capo della Chiesa siciliana, in fin dei conti era durato solo 27 giorni: il 13 maggio il cardinale sbarcava a Palermo prendendo pieno possesso del suo provvisorio viceregno.
Si può anche asserire che Madrid si sia comportata con una certa prudenza: la non ratificazione dell’interim della marchesa che quindi non è mai stata viceregina, mai a capo della Legazia, viene presa il 5 luglio, a posteriori, quando già si è sicuri che il cardinale designato è al suo posto.
In buona sostanza, Madrid non riconosce l’interim dei 27 giorni di donna Eleonora, non tanto per una discriminazione sessuale (sarebbe bastato indicare un divieto per il futuro) per una questione di puntiglio e di rispetto istituzionale: il Sacro Consiglio non ha ubbidito a Madrid. Il Sacro Consiglio si è trovato in mezzo ad uno scontro tra il viceré uscente e la Corona e ha cercato di obbedire al Re senza dispiacere il morto viceré.
Istituzionalmente, formalmente, la marchesa non è mai stata viceregina con funzioni di governo: non c’è un diploma, un documento, un riconoscimento sancito da Madrid che lo attesti. Su questa base poi si innesta il pregiudizio e la misoginia e la volontà di chiarire per il futuro l’esclusione delle donne in cui Corona e clero, a quell’epoca, potevano convergere più che divergere come ritiene Camilleri.
Queste le premesse storiche (non rigorosamente, anzi, confusamente riproposte da Camilleri). Seguiamo adesso lo sviluppo del romanzo. Donna Eleonora poté esercitare il suo ruolo per 27 giorni, il tempo che la luna ci mette a compiere un suo ciclo, da qui il titolo La rivoluzione della luna, che allude non solo a un movimento astronomico ma anche ad una rivoluzione dal punto di vista culturale e antropologico rappresentato dalla presenza di una donna al potere. Una donna scomoda che, secondo i canoni della cultura femminista della differenza, rappresenta nel testo di Camilleri una concezione alternativa al potere maschile.
Infatti donna Eleonora si distingue per giustizia e per bontà in un mondo, quello siciliano, caratterizzato da un potere maschile che cinicamente sfrutta le posizioni di vantaggio, che si approfitta dei più deboli in cui l’aristocrazia usa i corpi delle donne a proprio vantaggio così come le prebende e le ricchezze in una visione unilaterale egoistica e personale dei rapporti sociali.
Donna Eleonora spezza questa criminale congiuntura mostrando che una visione femminile del potere è possibile: un mondo in cui si cerca una solidarietà verso gli ultimi e verso i deboli.
Di questa solidarietà, nel breve tempo del suo interregno, donna Eleonora fece l’essenza della sua battaglia: da un lato costituendo due Conservatori, cioè due collegi che potessero dare aiuto alle fanciulle Orfane pericolanti la cui onorabilità era messa a rischio proprio dalla condizione di debolezza, dall’altro istituendo il Collegio delle repentite che potesse dare sostegno a quelle donne, ormai anziane, che intendessero ritirarsi dal meretricio.
La marchesa esercita il potere, calmierando i prezzi del pane, chiedendo indagini fiscali sul patrimonio degli aristocratici e a vantaggio del popolo, promulgando delle Leggi a sostegno delle maestranze, dei lavori degli artigiani.
È chiaro che questa breve parentesi, che dura quanto un ciclo lunare – così femminile il ciclo lunare e gli effetti che ha nella vita delle donne –, potrebbe apparire come qualcosa di diabolico agli occhi della concezione maschile diabolica del potere, esercitata con la connivenza di alcuni uomini di chiesa e dell’aristocrazia. Il libro demarca un netto contrasto tra una concezione positiva che è quella dei giusti, dei deboli in contrasto con un potere forte e peccaminoso.
Prende piede una rappresentazione moralistica basata su una dicotomia tra personaggi che aiutano l’idea di giustizia di donna Eleonora, in lotta con la sopraffazione e la violenza di chi pretende che sia mantenuto lo status quo.
Si sviluppa proprio sotto l’insegnamento di Sciascia, e sicuramente al maestro di Racalmuto questo testo sarebbe piaciuto molto, lo studio di un’occasione mancata, in cui la storia è diventata, ma solo per un breve momento, la realizzazione di un quadro di correttezza e di giustizia, attraverso l’anomalia, l’eccezione e la differenza del punto di vista di una donna, un soggetto quindi non corrotto e non contaminato dalla sessualità maschile che caratterizza l’identità criminale del potere.
Ai protagonisti in positivo si contrappongono gli antagonisti che rappresentano la zavorra di un potere vecchio e maschilista. In primo luogo i componenti del Sacro Regio Consiglio, che non esitano cinicamente a sfruttare in una suggestiva seduta, la morte del viceré per sistemare gli affari loro e quelli dei loro feudi e, stabilire in una logica di ricatto e di mafiosità gli appannaggi di una serie di cariche.
Quindi anche il vescovo Mendoza, che non esita ad approfittare del corpo di alcuni bambini che fanno parte del coro, mettendo soggezione a chiunque intenda denunciarlo, non
esitando a farsi strumento di morte e mandante di omicidi, luciferina mente che muove una rivolta di piazza contro la donna strega, la detentrice del potere, Donna Eleonora, accusata di strane pratiche perché ha deciso di portarsi in Spagna il cadavere del marito morto.
Nella sfera invece dei personaggi positivi ritroviamo il protomedico Don Serafino che si è innamorato romanticamente della bella vedova Eleonora alla quale dedica, con una sofisticata citazione unita ad un colto gioco di rimandi letterari le ottave scritte dal poeta Antonio Veneziano vittima dell’Inquisizione sul quale proprio a lungo aveva studiato e scavato Leonardo Sciascia.
Una delle scene più significative riguarda il dialogo tra la vecchia decrepita principessa di Trabia e la nuova bellissima e risoluta viceregina. Tutte e due hanno a cuore la difesa della onorabilità delle donne in difficoltà.
La vecchia principessa riconosce nella giovane vedova due qualità messe insieme che hanno un valore straordinario: bellezza e intelligenza che non sempre vanno a braccetto.
La principessa di Trabia se ne compiace sia per la viceregina che anche per il paese, come discrimine per una possibile significativa svolta benefica per il futuro dello Stato. In questo contesto di traditori, ma anche di eroi, pronti a far prevalere il senso della giustizia purché questo senso sia incarnato e non deluso da chi detiene il potere, un ruolo fondamentale è svolto da Don Alterio, un personaggio, inizialmente abominevole, che si approfitta della difficoltà di una giovane orfana che, all’interno di un’opera Pia, invece di essere protetta viene esposta, alle cupidigie e alle voglie dei signori.
Ma Don Alterio si innamora di Cilistina e quando capisce che è stata uccisa perché era incinta e diventava scomoda per il marchese don Simone che gestisce quasi come fosse un postribolo l’opera Pia, compie il grande salto: denuncerà don Simone e permetterà al nuovo corso rappresentato dalla viceregina di iniziare il suo percorso di giustizia e di rivoluzione.
Ecco di seguito il passo che riportiamo: una sorta di riscrittura manzoniana, in salsa siciliana del Seicento.
(La rivoluzione della luna, Sellerio, Palermo, 2013, pp. 46-8)
Ma comu fu che in un vidiri e svidiri tutta Palermo vinni a sapiri, mentri che ancora la siduta era ‘n corso, che al posto del Viciré morto ‘n mattinata ora s’attrovava ‘na fimmina?
La maggior parti della genti non ci criditti, si fici persuasa che fusse ‘no sgherzo. Non era cosa concepibili che’ na fìmmina potissi mittirisi a governari la Sicilia.
E non è che avevano tanto torto, a bono considerari come erano annate le cose nell’urtimi tempi.
Nell’anno milli e seicento e unici il Viciré Duca di Osuna, appena ‘na simanata doppo che era sbarcato a Palermo, aviva scritto testuali al Re: “Qua nessuno è al sicuro manco dentro la propria casa. Questo regno non riconosce né Dio né la Vostra Maestà; tutto si vende per denaro comprese le vite e i beni del povero, le proprietà del Re e persino la giustizia. Non ho mai visto né udito nulla di paragonabile con la criminalità e i disordini di qui”.
E siccome che era un omo coi cabasisi, aviva cercato di riportare in uso la liggi e l’ordini. E ‘n parte c’era arrinisciuto, usanno u pugno di ferro. Ma po’ sinni era dovuto tornari in Spagna e la situazioni era addiventata pejo di prima. Le tassi, le gabelli, i dazi aumentavano di jorno in jorno senza un motivo apparenti ed erano supra a ogni cosa, supra a ‘u frumento, la farina, i ciciri, i favi, la sita,’ u panno, l’ova, ‘u cacio… Ci ammancava la gabella supra all’aria ed era fatta. E po’, come se non abbastava, ci si erano mittuti la pesti e il qualera che si erano affezionati alla città e ogni tanto passavano a salutari lassannosi darré a ‘no strascico di morti e di morti di fami che non sapeva- no cchù come campari.Appresso macari le vestie nelle campagne avivano accominzato a moriri di fame pirchì i viddrani non avivano cchiù grana per accattare il mangimi. La siccità e lo spavintoso aumento delle tassi avivano provocato, nel milli e seicento e quarantesetti, la sanguinosa rivolta di Palermo.Ci foro centinara di morti, e pò saccheggi, ’ncendi, ’ntere famiglie vinniro ammazzate, la furia del popolino contro i borgisi, I ricchi e i nobili non acconobbi limiti. I sordati spagnoli vinniro squartati dintra alle loro casermi.Po’ come vosi Dio, a picca picca la carnificina finì. Ma le conseguenzie duraro a longo, sotto forma di centinara di orfani e orfane di ogni età che non avivano nenti da mangiari e arrubavano o addimandavano la limosina, sotta forma di vedove e picciotte che non avenno autro da vinniri, vinnivano se stisse, sutta a forma di continui violenze e di ‘na corruzioni addivintata comuni a tutti.
Ed erano ancora tutte prisenti, e forsi aumentate, ‘ste conseguenzie, al momento della morti di don Angel. E quindi, se non era stato capace d’arrisolverle un uomo, di certo non ‘nni sarebbi stata capaci ‘na fimmina.
La quali, è cosa cognita, vali meno assà di un omo. E certte volte, meno ancora una bona vestia. E se putacaso si metti in testa che lei vale chiossà, abbisogna subito rimittirla a posto.
E ‘nfatti… Il sarto Palminteri tornò di cursa a casa e appena trasuto pigliò a pagnittuna la mogliere. «Ma che ti fici?» spiò quella chiangenno.«Nenti. Ti volivo sulo arricordari cu è che cumanna!» Magari Michiluzzo Digiovanni, un vinticinchino forti come a un toro, annò a la sò casa, spogliò a sò mogliere, la stinnicchiò supra al letto e se la travagliò per tre ore filate squasi fosse una vestia.
E quando la mogliere lo pregò di finiri perché si sentiva la spina dorsale scassata e gli spiòpirchì faciva accussì, Michiluzzo le arrisponnì che si stava piglianno la rivincita. Il baronello Tricase stabilì che da quel momento in po’ sò mogliere non avrebbe cchiù mangiato con lui, ma da sola e sirvennosi da sula, in un cammarino allato alla cucina
indove mangiava la sirvitù.
Don Pasquale Pisciotta, comercianti di panno, disse alla mogliere che ogni volta che veniva ad addimannarigli il dinaro per la spisa doviva agginocchiarisi.
Bibliografia
Questo scritto è basato su due saggi a cui si rimanda anche per la bibliografia
- Puleio, Camilleri: i Romanzi storici e civili,
- Puleio, La rivoluzione della luna e il governo donnesco contenuti in V
. Lo Scrudato, M. Pintacuda, B. Puleio, Cmilleriade, Multimedia, Bologna, 2023