STELLE DI NEUTRONI

di Roberto Rastelli

Dopo avere letto la silloge, Stelle di neutroni, di Valentina Tramutola (Divergenze 2025), ma anche durante, ho pensato d’istinto a quando noi attempati, a scuola, recitavamo la poesia, anzi, la povesia, intesa nel proprio ingranaggio di strofe e di versi misurati e contati. Un concetto alquanto lontano, elementare. Ma la poesia non è un principio architettonico, nel quale il terzo piano non si regge senza quelli di sotto; è invece un bagliore di freschezza improvvisa, un lembo di azzurro che fa capolino tra le nubi, una margherita nel cemento.

E il poeta può anche effondere tutto l’animo in una riga, in un solo tono di colore. Nella povesia c’era bisogno che non tutto fosse poesia, a meno di un miracolo. Ma prodigi di quel tipo non li avevano fatti Dante, Leopardi, Pascoli e nemmeno Virgilio, che accanto all’esametro sublime di tanto in tanto aveva pentametri qualunque.

Tramutola non fa eccezione. In frammenti in cui  l’aria era piena di luna e di tutto un rumore di futuro che s’alzava dove non c’erano cantieri e barricate vi sono sprazzi, momenti, fiotti d’inchiostro come sangue, come linfa, capaci di dipingere un quadro in un verso. Il quale, se è fortunato, mi basta, e ho il diritto e il piacere di inciderlo nella mente, di tatuarlo sullo spirito. In quell’istante non so se ciò che segue lo potrò accettare o rifiutare; quella illuminazione mi ha riempito, mi ha aiutato a vedere meglio, a capire, e capire è un verbo risolutivo, da pronunciare piano, con la voce calda di meraviglia.

Come se ci fosse un organo

che presiede allo spasmo da mancanza.

Mi opereranno, per asportare

la tua lontananza

Prima di leggere la raccolta ero nella condizione di chi ancora non sa, pieno di aspettative e di dubbi nei riguardi dei contenuti: evocazioni, figure, lezioni sconosciute. Dopo – e intendo dopo tutto, comprese le illustrazioni e i ragionamenti dei curatori – non solo ho realizzato che in quel tascabile grigio c’erano ritratti ed empatie originali, ma sono stato visitato, a tratti sedotto, da punti vivi, eventi vivi, doni vivi. I quali hanno ben altra consistenza e profondità.

Nel connubio tra scienza e letteratura, infatti, l’autrice rivela una felice inventiva, che senza ricorrere a formule furbette e “di mestiere” apre lo scrigno della propria coscienza e permette la simbiosi, lo scambio di un sapere sensoriale precario e tormentato da dubbi che ragionati da sé rimarrebbero tali.

È quindi una poesia compiuta nel suo invito a partecipare, ad entrare nelle incertezze del cuore, al netto delle leggi inviolabili della Fisica. Quella disponibilità alla sinergia è la chiave per aprire le porte di una percezione dalla serratura sovente complicata.  È quell’atteggiamento che aiuta a comprendere e a farlo a vicenda, perché con esso Tramutola dichiara di non temere di finire sotto gli occhi di tanti o pochi balordi, in un gesto di pudicissima nudità.

È farsi guardare dentro privi della pretesa di essere belli, o piacevoli per l’uno o l’altro particolare; al contrario è concedere di entrare anche senza lasciare qualcosa, fare complimenti o rispettare gli inesorabili doveri di galateo. E quando stabilisci una osmosi – o ti illudi, che basta pure l’illusione – di avere sfogliata l’anima di una artista, e sentita e condivisa la voce nel frusciare delle pagine, sei più vicino a sentire anche la tua grazie a qualcuno il cui dialogo ti ha purificato.

A differenza del Foscolo, mi si perdoni se incomodo un nome egregio, Tramutola non mira a «diradare nella scrittura le tenebre degli enigmi» ma, in maniera simile a quanto disse il Monti al poeta dei Sepolcri, tiene vigile la disciplina della curiosità nell’intento di «studiare, e fare grandi ali per volare tant’alto che l’occhio dell’invidia non ti raggiunga». Non è questione di lodi, piuttosto di ostinazione alla “lievissima fatica dell’arte”.

Passaggi in cui non sono pronta a sognare di aprile che s’è inventato col primo sole un letto di lattuga e canzoni,  e con l’amore s’è rifatta la verginità della prima notte sono anzitutto ragionamenti con il proprio intimo, e il calore che sprigionano pare alimenti le idee e le faccia preziose per chi le offre e per chi, leggendo, le riceve.

Di qui un senso di cura che è al contempo naturalezza e dottrina operosa, dalla quale è possibile attingere come a una fonte. Vi sgorgano acque ricche di elementi, sillabe fragili e dure di una dolente armonia, di un’ansia segreta, un sentore di esilio nel quale parlare con le stelle e le forze dell’universo, e ritrovarsi più saldi a terra all’appuntamento con il destino.

 

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