
di Lucrezia Lombardo
Se l’Occidente rivela oggi la propria stanchezza, quasi implodendo, il resto del mondo è invece in fibrillazione. Non assistiamo, infatti, a una semplice moltiplicazione dei conflitti globali, ma a una trasformazione della forma stessa dell’ordine mondiale, per cui il caos non è assenza di struttura, ma il prodotto di un eccesso di connessioni. Da ciò deriva che l’odierna instabilità politica non è sintomo di un vuoto, ma, piuttosto, il prodotto di una sovrasaturazione.
Dopo la fine della Guerra fredda, celebrata come “fine della storia”, si è affermata l’illusione di un ordine lineare, governato dal mercato e dalla tecnica. Oggi, quella linearità si frantuma. Il mondo non è più organizzato attorno a un centro egemonico stabile, ma attraversato da molteplici poli di potere che si attraggono e si respingono. Il caos, difatti, non esplode solo ai margini, ma emerge dal cuore stesso del sistema. Le guerre non sono più soltanto territoriali, ma ibride, informatiche, economiche e tecnologiche.

La battaglia si combatte così attraverso reti, algoritmi e flussi finanziari, tanto che l’informazione e la contro-informazione diventano armi pericolosissime. La verità -in questo crogiolo- perde la propria autenticità e viene misconosciuta, ma non per effetto della censura, bensì a causa di una sovrapproduzione di narrazioni. In mezzo ad un rumore incessante, il discernimento degli individui si indebolisce e il disordine si fa, prima di tutto, cognitivo.
La globalizzazione, che prometteva integrazione e commistione, si sta rivelando come motivo di frizioni, mentre le catene di approvvigionamento si rivelano sempre più fragili. Una crisi sanitaria, un conflitto regionale, una decisione politica in un punto del pianeta, generano ormai onde d’urto globali. L’interdipendenza, celebrata come garanzia di pace, si è pertanto trasformata in vulnerabilità sistemica, per cui ogni nodo della rete è anche un punto di collasso potenziale.
Entro tale contesto, il caos globale non è soltanto geopolitico, ma dovuto al vacillare dell’idea moderna di “dominio tecnico”. L’essere umano scopre, pertanto, di non essere sovrano, ma parte di una complessa ecologia che lo trascende, tanto che persino l’economia è entrata in una fase di turbolenza permanente.

Pablo Picasso, Il massacro in Corea, 1951
La finanziarizzazione estrema, difatti, ha prodotto volatilità e “si è mangiata” la materialità, elemento che ha senz’altro favorito il processo di distanziamento reciproco tra gli individui, che si sono abituati a non riconoscersi più gli uni gli altri, anestetizzando la compassione. Il capitale, del resto, non conosce radici, ma si muove alla velocità dell’informazione, così come le criptovalute, le piattaforme digitali e l’automazione ridefiniscono il mondo del lavoro e la ricchezza.
Eppure, questa incessante innovazione è giunta al punto di non poter più generare stabilità ma incertezza. Tant’è che, ai più, il futuro non appare come promessa, ma come una minaccia. Il caos si riflette, in tal modo, nell’esperienza soggettiva: l’individuo, già sovraccarico di prestazioni, si confronta adesso con un orizzonte globale instabile, da cui inala insicurezza perenne.
Persino la pianificazione della vita quotidiana diventa difficile e le esistenze si frammentano, costringendo gli individui a subire uno stato di allerta perenne. Tale stato non corrisponde più alla paura di un pericolo specifico, bensì all’angoscia per un mondo imprevedibile e che minaccia di tracollare presto, trascinando tutti in un precipizio.
Entro questo scenario emergono, così, reazioni opposte e complementari: da un lato, negli individui, si fa strada il desiderio di chiusura, che si riflette nelle politiche dei muri, dei confini e delle identità rigide (etniche, religiose etc.), dall’altro vige, invece, il cinico abbandono alla fluidità, per cui se nulla è stabile, tutto diventa scambiabile.
Entrambe le posture sono però sintomatiche del medesimo disorientamento che affligge gli uomini e le donne del nostro tempo, intrappolati un caos che genera pulsioni sfrenate e indifferenza. La tecnologia, lungi dal pacificare, ha amplificato tale malessere nei soggetti, favorendo la divisione tra gli individui, un’indignazione priva di conseguenze e reazioni immediate, che non permettono di comprendere davvero le cause dei fenomeni e quelle della trasformazione antropologica in atto.
Eppure, il disordine contemporaneo non è soltanto distruzione, ma apertura: quando l’ordine si incrina, emergono infatti possibilità inattese e nuove alleanze, nuovi movimenti, nuove forme di solidarietà possono nascere proprio nella frattura. Il problema, allora, non è il caos in sé, ma l’incapacità di abitarlo.
Abitare il caos significa, del resto, rinunciare all’illusione di controllo totale sull’esistenza e significa altresì sviluppare nuove forme di responsabilità globali, che riconoscano l’alterità senza sottometterla al dominio. Mai come oggi, difatti, occorrerebbero Istituzioni capaci di cooperazione reale e soggetti in grado di sopportare l’incertezza per trasformarla in elemento costruttivo condiviso.
E se il mondo non tornerà all’ordine del passato e la complessità resterà irreversibile a causa dello sviluppo tecnologico, la questione decisiva concerne, allora, la necessità di trasformare il caos, da forza centrifuga, in spazio di riorganizzazione. Ciò implica una mutazione culturale e antropologica, per cui occorre passare dal mito della crescita illimitata alla cura dell’equilibrio e del limite, e dalla competizione permanente tra individui, mercati e paesi alla coesistenza reciproca.
Il caos globale è infatti lo specchio di una civiltà che ha accelerato il proprio ritmo oltre ogni capacità di comprensione. Pertanto, quella odierna non è una mera crisi delle strutture, ma, primariamente, una crisi della coscienza individuale: finché continueremo a rispondere con più velocità a un mondo già troppo accelerato, alimenteremo soltanto altra turbolenza e conflitto.
Ecco che, forse, la vera sfida non è ristabilire un ordine perduto, ma imparare una nuova arte dell’orientamento. Non dominare la complessità, ma attraversarla senza dissolvere la nostra umanità e la bellezza della nostra coscienza morale. Solo allora, il caos potrà trasformarsi da elemento centrifugo -che conduce nichilisticamente alla fine di tutto- in un passaggio che anticipa la ricostruzione di un nuovo orizzonte di dialogo, speranza e relazione autentica.